Bebe Vio esclusiva: "Zanardi? Era un eroe"
Bebe ha il sorriso di una bambina e la forza di un uragano. Travolge - coinvolgendoli - tutti quelli che le stanno intorno. Ma quando si lascia andare all’irresistibile richiamo del ricordo e di una passione forte, si commuove. E piange. Tanto. «E bravo... l’altro giorno Tommaso Marini, che si allena in palestra con noi, era tutto in crisi perché s’era rotta la sacca della scherma. “Lo sponsor non me la procura in tempo e io devo partire per la gara. Come faccio?”. Vabbeh, ma che problema c’è, ti do la mia, tanto è ferma in garage da Parigi, quindi figurati. Quando gliel’ho detto ero superserena, non pensavo che poi...».
Non pensavi cosa?
«Dopo me l’ha restituita, chiaramente, è quella con cui ho fatto tutte le Olimpiadi, sempre la stessa. Svuotarla, ecco, svuotarla è stato drammatico, togliere i fioretti, la divisa. Ho pianto e basta. Così come ho pianto un botto alla prima gara di atletica perché solo in quel momento mi sono resa conto che era vero: avevo chiuso con la scherma e una grossa parte della mia vita. Ho avuto vari periodi nei quali ho dovuto mollare per un po’, sono stata un anno ferma, anche due. E allora nuotavo, facevo boxe, altro. Ma erano semplici pause, sapevo che avrei ripreso».
Hai praticato la scherma per un quarto di secolo.
«Venticinque anni, l’età di mia sorella. Ho iniziato nel 2001».
L’atletica è la nuova sfida. I 100 metri.
«Mi spreme e mi sfianca. Se con la scherma saltavo un giorno non succedeva nulla, ora non posso fermarmi mai. Secondo me perché non c’ho più il fisico di una volta. Veramente, guarda che sono proprio vecchia. Ogni tanto mi chiedo chi me l’ha fatto fare. Non pensavo che la vecchiaia avesse questo effetto».
Piantala.
«No, ti giuro. Un giorno senza allenamento lo sento tantissimo, mi pesa e non perché avevo fatto baldoria la sera prima».
La scherma comportava carichi più pesanti.
«Molte più ore. Adesso ne facciamo due al giorno. Due, due e mezza. Palestra manco tutti i giorni. La domenica mattina - ero davvero malata - chiamavo il mio allenatore, ci facevamo consegnare le chiavi e aprivamo la palestra dell’Acqua Acetosa. La notte sognavo le azioni, le ripassavo convinta di non saperle fare».
I cento sono un altro mondo.
«Ci sono più fasi all’interno della stessa prova. La partenza, che è complicatissima, dai 30 ai 50 è un altro tipo di corsa, così come dai 50 agli 80 e dagli 80 ai 100. Adesso devo ragionare tanto. Mentre gli altri corrono sereni, li vedo, io devo pensare a tutto».
Hai chiesto consigli a qualche specialista della distanza?
«Il primo è stato Tortu. Pippo ha chiesto cosa stessi facendo. Era tutto gasato. L’aveva saputo dalla nostra capa alla Nike… Io sono fortunatissima».
Fortunatissima?
«Ho un coach molto bravo, Pasquale Porcelluzzi, quello di Ambra Sabatini, lui le ha fatto fare il record, è il ct della velocità del paralimpico, è stato tecnico olimpico, quindi è molto molto forte. Non correvo da quindici anni, e non è che anche prima lo facessi».
Perché proprio l’atletica? Perché i 100?, e i duecento?
«I cento e basta. Duecento sono troppi anche per me, ai 120 metri sento l’acido lattico che aggredisce le gambe e ho paurissima di inciampare con la lama e cadere per terra. Non mi fido ancora del tutto della lama, devo prendere confidenza, capire come dare forza e sentire la risposta. È un tipo di fiducia totalmente diversa rispetto a quella nella protesi per il fioretto».
Quale, il momento preciso in cui hai deciso di lasciare la scherma? Ora gli occhi sono lucidi. Bebe prova a trattenere le lacrime.
«Quando ho iniziato ad avere problemi seri. Non c’è stato un giorno, ma un periodo, e piango appena penso a quella cosa, al momento in cui non ce la facevo più.Mi sono sempre divertita tantissimo. Ma ho iniziato a temere di rimanere bloccata. Non è che ho smesso perché mi annoiavo, non è che ho smesso perché non ero più innamorata, non è che ho smesso perché non volevo più farlo. Sono stata costretta... Nella gara a squadre godevo veramente tanto perché è inclusiva. L’inclusione funziona a vantaggio di tutti perché abbiamo cose da imparare e qualcosa da insegnare».
In pista c’è pur sempre la 4x100.
«Non rientro nella 4x100. Perché ci dev’essere un monoamputato, uno senza un braccio, uno senza una gamba, uno in carrozzina e un non vedente... Sarebbe bellissimo poter partecipare alla Paralimpiade di Los Angeles, io ci punto. Dovrebbe realizzarsi il miracolo del miracolo del miracolo del miracolo. Arriva Bolt, mi bacia sulla fronte e dice “Vai, Bebe”».
Per ora pensa ai Wembrace Games.
«Il tema di quest’anno è Wild, Into the Wild, siamo tutti mezzi selvaggi, protagonisti i dinosauri. L’anno scorso era lo Spazio. In fondo lo sport è figo e un po’ selvaggio, in particolare quello paralimpico».
In quale dinosauro ti ritrovi?
«Mi prendo per il culo, da quando ho iniziato a pensare all’atletica mi sento un po’ un T-Rex. Perché c’ho le braccette corte, c’ho le gambe... T-Rex è il mio soprannome, ogni anno faccio le magliette con i soprannomi della mia squadra. Papà ha scelto B-Rex. Quindi sì, la maglietta sarà B-Rex».
Tu e Zanardi avete fatto tanto per le persone con disabilità.
«Alex ha aperto le porte a tutto. Lui è la prima persona con disabilità che ho conosciuto, ha mostrato alla gente quale fosse la direzione giusta. L’ha fatto nella versione eroe. Io in quella del bambino che sogna di farlo, il mio scopo è sempre stato aprire le porte ai bambini. Lui era l’eroe ed era tanto. Io una bimba che ci ha creduto e alla quale è andata molto bene».
Hai fatto tanto da sola.
«Ti sbagli. Ho avuto un sacco di persone che mi hanno dato una grandissima mano. E una famiglia stupenda che mi ha consentito di fare tanto sport paralimpico. I miei genitori si potevano permettere di comprare una carrozzina e tutto il resto. Appena ho capito il culo, la fortuna che ho avuto, mi sono data un obiettivo: portare i bambini a correre, a giocare al parco con i fratelli, a fare sport. A farli divertire evitando che la loro disabilità si prendesse il 100% della vita».
La tua energia sarebbe da studiare in laboratorio. L’ho ritrovata in tanti giovani sopravvissuti alla tragedia di Crans.
«“Ma tu ti droghi?”, quante volte me lo sono sentita ripetere. Io assorbo l’energia da chi mi sta vicino, dai bambini, dagli amici, dalla famiglia. Rientrata dal funerale di Alex ero distrutta fisicamente e emotivamente, ma sono andata subito all’Academy. Ai bambini non devi far vedere che sei triste e non glielo devi manco spiegare. Appena sono entrata, due piccoli sono corsi verso di me e mi sono saltati addosso per trascinarmi a giocare. Non ho fatto neanche in tempo a cambiarmi, e tu lo sai che mi aveva pure cagato addosso un uccello».
Particolare che avrei evitato di segnalare.
Ride.«E a me lo dici? La carica me l’hanno trasmessa i pupetti».
Quanti momenti difficili hai dovuto superare, Bebe?
«Una marea, alcuni più a livello fisico, altri mentali, ho fatto fatica. La mia grandissima fortuna è che non ho mai avuto il tempo di fermarmi a pensare. Quando gli amici vedevano che stavo cadendo, mi tiravano su. Per non parlare del mio preparatore, Peppone. Una figura imprescindibile. La carica, dicevi. Mia mamma mi ha sempre ripetuto che anche prima della malattia rompevo le palle ed ero strozzabile. I ragazzi di Crans che lottano da sei mesi erano senz’altro forti anche prima. Vedi, non è che ho trovato la forza nel momento in cui ho avuto l’amputazione o quando è sopraggiunta la disabilità. I traumi non ti cambiano. Io non sono una selfmade woman, anche fisicamente sono fatta da più persone: chi mi fa le braccia, chi le gambe, a un pezzo ha provveduto mamma, a un altro papà. Sono un mosaico di tante persone e anche il mio carattere è un mosaico di tanti caratteri... Lunedì vieni ai giochi, vero?».
Promesso.
«Alle 18 e 30 inizia la parte del pre-show. Se vuoi ti mettiamo in carrozzina, ti facciamo spingere. Duecento partecipanti, la figata è che le squadre sono formate da quattro uomini, quattro donne, quattro bambini e quattro persone con disabilità. Prima puoi farti lo spritz...».
L’integratore ideale.
«C’è il porchettaro, c’è il village, c’è tutto allo Stadio dei Marmi. Troverai anche Martin Castrogiovanni, Paola Egonu, il Trio Medusa, Claudio Amendola, i Cesaroni, Benji e Fede, un po’ di influencer romani, ma quelli simpatici, non i fighetti. Due anni fa con noi c’era Totti, l’anno scorso De Rossi, giocano e vedessi quanto si incazzano se perdono...».
Bebe, sui 100 che tempo hai fatto?
«Sono all’inizio,14”75. Devo scendere sotto i 13. Ma la prima volta che ho sentito lo sparo dello start m’ha preso un colpo».
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