
Stano: "Mentalmente sono stato un drago"
Domenica scorsa, Massimo Stano ha chiuso la classica parentesi. «E sinceramente - conclude lui il concetto - non credo che tanti, nei miei panni, sarebbero riusciti ad affrontare quello che mi è toccato. Non lo auguro a nessuno». Agli Europei a squadre di Podebrady, in Repubblica Ceca, il 33enne marciatore di Palo del Colle (Bari) ha distrutto il record del mondo della 35 km (2h20'43" contro il precedente 2h21'40") in una gara dalle cui retrovie sono usciti sei record nazionali e 11 personali. Il paradiso per l’oro olimpico 2021, dopo l’infortunio in Turchia colpa della bottiglietta, del miracoloso recupero e di un’Olimpiade in cui, all’ombra della Torre Eiffel, ne sono successe di tutti i colori. Fino a un ancor più miracoloso quarto posto.
Stano, cosa significa questo record dopo quel 2024?
«Mi mancava di vincere in Coppa Europa. In passato l’ho affrontata soprattutto pensando al tempo, mentre stavolta l’approccio è stato ben più leggero. L’anno scorso, prima dell’infortunio di Antalya, ero in forma grandiosa, poi è successo quel che è successo e ne sono uscito con la caparbietà. Se ci penso, non credo avrei la forza per affrontare tutto di nuovo».
Dunque più lavoro mentale che sulle gambe?
«Da qualche anno lavoro molto con lo psicologo dello sport Paolo Jesus Olivari. E grazie a lui sono riuscito ad accettare subito quell’infortunio. Del resto non potevo perdere tempo e mi misi subito sotto. Mentalmente penso di essere stato un drago».
Il record è venuto a sorpresa?
«Non proprio. A 5 km dal traguardo mi sono accorto che stavo andando davvero forte. Un piccolo fastidio al bicipite mi ha fatto temere i crampi e allora ho gestito al meglio. E ora, alla luce di tutto, lo posso dire: martedì scorso ho avuto un nuovo problema alla caviglia. Una piccola distorsione. Dopo Antalya, purtroppo, la caviglia non è tornata al meglio. Dovrò rafforzarla ulteriormente».
Antonella Palmisano record italiano al debutto nella 35 km, Francesco Fortunato secondo azzurro di sempre nella 20, gli Under 20 che vincono tutto... Bella questa Italia che marcia, no?
«Ne sono estremamente orgoglioso, perché anche altri hanno avuto problemi eppure sono riusciti a portare a casa la gara con grande spirito di squadra. Da capitano gli ho detto che volevo tutti vincitori, ma non parlavo di medaglie. Volevo che tutti vincessero contro le insicurezze, le paure».
La marcia italiana è in stato di grazia?
«Me lo chiedo spesso. E mi chiedo soprattutto la ragione di questo salto di qualità. Scarpe in carbonio? Potrebbero, ma io non le ho usate. Nuove metodologie? Semplice emulazione? Chissà...».
Ha dedicato il successo di Podebrady a Liam. Non crede che adesso ne occorrano altri per sua moglie Fatima e per Sophie?
«A loro ho già dedicato Olimpiadi e Mondiali. Siccome da quando è nato Liam non ho raggiunto un risultato degno (se dedichi un’Olimpiade come fai a restare in pari?), il record va a lui. La famiglia mi supporta, è energia in più. Domenica non erano sul percorso, ma li ho sentiti».
Patrick Parcesepe, suo coach storico, cosa le dice invece?
«È contento. Dopo l’anno che abbiamo trascorso ci voleva questo colpo. Poi per tutto il lavoro che facciamo... Io mi alleno anche con molti altri ragazzi italiani e con i cinesi. Ora è venuto a trovarmi anche Yamanishi (l’amico e collega giapponese che fu bronzo quattro anni fa, ndc)».
Ai Mondiali di Tokyo gareggerà su 20 e 35 km?
«Intanto andiamo a La Coruña, dove troverò un piccolo Mondiale, poi decideremo. Il fatto che abbiano previsto prima la 35 e poi la 20 non invoglia molto a doppiare».
Tutta questa forza, anche per reagire alle avversità, viene dalla famiglia?
«Non sono molto sano di mente, il marciatore è fatto così. Però quella della famiglia è davvero la spinta in più».
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