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Pasolini e il calcio, passione di una vita

Oggi ricorre la morte del poeta, regista e scrittore: creò la Nazionale Attori e Cantanti

Ugo De Vita
Ugo De Vita

4 min

Pubblicato il 02.11.2022, 13:58

ROMA - “Abitavo a Bologna. Soffrivo allora per la mia squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre…”. Pier Paolo Pasolini, l’intellettuale “corsaro” di cui ricorrono i cento anni dalla nascita (5 marzo 1922) amava molto il gioco del calcio. Quando aveva pausa dal lavoro, si fermava a tirare calci nei campetti di periferia. Partite interminabili con punteggi pirotecnici, avvicendamenti come nella pallacanestro, dozzine di reti ed epiteti nelle più colorite espressioni del vernacolo di Roma. Giocava ala Pier Paolo Pasolini e “stukas” era il suo soprannome, era forte, tenace e dotato di buona tecnica. Sua l’idea di una Nazionale “Attori e Cantanti”, con Don Backy, Ninetto Davoli, Sergio Leonardi, Maurizio Merli e altri personaggi dello spettacolo. Amava Roma incondizionatamente: vicoli piazze, strade e borgate. “Il calcio è un rito collettivo, superiore alla Messa, è destinato a divenire quello che un tempo era il teatro” disse ad Enzo Biagi e destino volle che proprio un campetto di calcio, fosse il luogo dell’agguato mortale all’idroscalo la notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975. Tifoso del Bologna, incontrò i suoi idoli da Pascutti a Giacomo Bulgarelli, e Franco Citti disse che quando il poeta si trovò dinnanzi al capitano del Bologna, “era emozionato neanche avesse incontrato Gesù di Nazareth. Nel ‘50 sceso a Roma dal Friuli, il poeta visse tra Monteverde e l’Eur. Alcuni dei suoi amici più cari, i fratelli Citti e Ninetto Davoli, erano romanisti e lo portavano così a vedere i giallorossi all’Olimpico. Si affezionò a quei colori. Può far sorridere ma conseguenza fu che la Roma sia la “squadra del cuore” di Tommaso Puzzilli e dei suoi amici nel romanzo “Una Vita violenta”. Tommaso dice di sé, con fare “spaccone”, all’ingresso in campo: “Ahò nullo vedi che so’ Pandorfini so’?”. Come pure i racconti romani degli anni 1950 e 1951 ne “La passione der fusajaro”, il venditori di fusaje, rapito da un maglione esposto in vetrina a Campo de’ Fiori, sogna che la Roma vinca la partita e con quel maglione azzurro vada poi a ballare al Trionfale con le ragazze più belle. È romanista pure l’avventore che in “Reportage su Dio” scommette sulla vittoria della squadra giallorossa. Pasolini ed è bene ricordarlo, da giovanetto aveva voluto tinte alle pareti della su stanza il blu e il rosso, i colori sociali del Bologna nella casa di Casarsa in Friuli, ma è legittimo dire che fosse “simpatizzante” della Roma, affascinato anche dalla tifoseria, di una squadra che riconosceva “vicina al popolo”. Amava il tifo sincero, che in curva offriva una “macchie di colore”, cui attingere, la primitiva bellezza propria della tradizione contadina. Negli Anni Settanta scriveva: “Ricordo quelle partite giocate fino al tramonto, su un prato, con le maglie che segnavano i pali, sono alcuni dei ricordi più belli della mia vita”

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