Ronaldo, Allegri e l’elogio fuori tempo
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Il Mondiale è cominciato in un Qatar più esclusivo che inclusivo proprio nei giorni in cui il mondo ha tagliato il traguardo degli otto miliardi di abitanti e discute, soprattutto, di uno. Cristiano Ronaldo. Ci mancava solo che, tra le raffiche della famigerata intervista a Piers Morgan, costatagli l’avviso di licenziamento da parte del Manchester United, innalzasse Massimiliano Allegri al rango di uno dei più grandi allenatori mai avuti. Nel dettaglio: «Sono sempre stato insieme ai migliori tecnici del mondo: Zidane e Ancelotti, Mourinho, Fernando Santos, Allegri. Quindi ho un po’ di esperienza perché ho imparato da loro». Anche dal mercante del Corto muso, dunque. Parole grosse, pronunciate in un frangente storico e isterico che ne stravolge la carriera da «onanista» del calcio. Non è sembrato vero, ai plotoni d’esecuzione, di mirare dritto ai suoi pettorali e premere il grilletto. Passi per la follia iconoclasta di spaccare ogni tipo di convenzione dopo non essere riuscito, sul filo dei 38 anni, a garantirsi una squadra da Champions. Passi, inoltre, per il fango che ha gettato addosso allo stimatissimo Ralf Rangnick, il tedesco - ricordate? - che, senza lo scudo umano di Zvone Boban, sarebbe esploso sulla panchina milanista di Stefano Pioli, e al reverendissimo Erik ten Hag, l’olandese che lo ha scrutato, sbucciato e scartato a Old Trafford. E passi, infine, per l’Ego che si mangia l’Io e lo porta là dove Antonio Cassano lo aspetta al varco (e allo scherno). Se Leo Messi è un pittore, Cristiano è uno scultore: alla Pulce basta il pennello. Al portoghese serve il martello. Il genio della mente opposto alla divinità del corpo. Ci si può scannare su chi sia stato il massimo (per me, in virtù del suo vorace nomadismo, Cristiano), ma sono gusti. E, come tali, impugnabili in appello. Nell’orgia di giuramenti di amore eterno a Napoli e al Napoli, persino Diego Maradona si era «venduto» al Marsiglia di Bernard Tapie. E il primo Ronaldo, Ronaldo il fenomeno, alle lacrime del 5 maggio interista per l’ennesimo «scudetticidio» affiancò la smania di mollare Hector Cuper, l’hombre vertical, pur di accasarsi presso il più «orizzontale» dei club, se pensiamo alle smisurate praterie di sospetti e aiutini. Il Real di Madrid. Nessuno, però, si era spinto a considerare il livornese, non semplicemente un precettore, ma addirittura uno dei più «vasti». Se con la rovesciata dello Stadium Cristiano sedusse un popolo, con quest’ultima piroetta lo ha pugnalato. Peggio: lo ha tradito. E il fatto che una sera di coppa gli avesse dato del fifone, censurandone l’eccesso di «halma», non attenua le responsabilità: le gonfia. Stando, almeno, ai tribunali dei social. Non resta, allora, che una via di fuga: la traduzione. Magari il senso non era quello, magari gli aggettivi e i concetti sono stati travisati. Per quanto la smentita sia una notizia pubblicata due volte, sarebbe il caso di provvedere. Del regime che fu, Ennio Flaiano rammentava che «l’unica protesta contro il fascismo era quella di non parlare mai delle cose ma sempre di altre cose».
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