Mihajlovic, il mondo ti piange

In Spagna si chiedono: è il miglior tiratore di sempre? E in Inghilterra sottolineano la fedeltà dei suoi giocatori

Marco Evangelisti
Marco Evangelisti

5 min

Pubblicato il 18.12.2022, 14:00

Sono diecimila ricordi diversi. Ognuno ha un’immagine di Sinisa Mihajlovic, forse perché, come dice Luciano Spalletti, era un uomo che non portava maschere e solo chi si maschera invia a tutti lo stesso segnale. Girava il mondo e in ogni parte ha lasciato una traccia, un marchio, un amico. A Napoli è diventato, ovviamente, una statuetta del presepe. In Spagna, dove anche il sacro va al sodo, lo hanno celebrato con una domanda tecnica. Marca si chiede: «È stato lui il più grande tiratore di punizioni di sempre?». Può anche essere, ma si tratta di una domanda che non richiede necessariamente una risposta definitiva. 

Conta il fatto che in nessun posto, dalla Cina al Canada, la morte di Mihajlovic è passata inosservata. Neppure dove avrebbero diritto di pensare ad altre cose, meno amare. In Francia oggi pensano alla finale di Coppa del Mondo. Però L’Équipe ha celebrato Sinisa con una galleria di foto che lo ritraggono in tutte le sue età e con tutte le sue maglie. Un’evoluzione non della specie ma della persona, seguita per l’intera carriera calcistica.

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Leggenda, idolo, trascinatore di entusiasmi. Ciò che non ha mai pensato di essere finché è rimasto tra noi Mihajlovic lo è diventato adesso che tutti ne sentono la mancanza. In Inghilterra, The Guardian, riportando l’Associated Press, sottolinea come «i giocatori andavano sotto le finestre dell’ospedale per fargli sentire la loro vicinanza durante le terapie». Altre testate citano Rino Gattuso o l’intervista di Roberto Mancini al nostro giornale: «Ho perso un fratello, siamo andati oltre l’amicizia».

Era radicato nella cultura calcistica italiana, Sinisa. Da noi radio e telegiornali hanno aperto con la notizia della sua scomparsa. Le emittenti sportive hanno scardinato la programmazione usuale, i quotidiani specializzati sono arrivati a tredici pagine per ricordarlo. Venerdì, tutti i siti d’informazione più importanti erano tappezzati con dettagli, storie e aneddoti sulla vicenda umana e sportiva di Mihajlovic, ieri non c’era prima pagina che non lo citasse. Pochi sono scampati all’oratoria del guerriero: era inevitabile, l’unica sua maschera che però gli avevano messo sul viso contro la sua volontà, forse a sua sostanziale insaputa. 

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Le cucchiaiate di retorica sono l’effetto collaterale dell’amore. Che è stato tanto e dovunque. In Romania hanno sentito Gheorghe Hagi, il Maradona dei Carpazi: «Un grande dolore. Sinisa è stato un lottatore, ma soprattuto un giocatore fantastico». E Adrian Mutu, che si trovò le suole di Mihajlovic addosso in un Lazio-Chelsea di Champions League. Ma sono cose che si dimenticano presto e si torna a dimenticarle quando passa la morte e azzera i rancori. 

Non tutti sono disposti a lasciare in pace il passato, in verità. C’è stata sui social la consueta frana di distinguo e dissociazioni, di processi in centoquaranta battute e dannazioni della memoria. Perché Mihajlovic non aveva rinnegato quello o quell’altro, perché la Grande Serbia era nei suoi pensieri e di tanto in tanto parlava di popolo e nazione. Sapete, lui non si mascherava e rifuggiva le uniformi della correttezza. Ma a chi lo conosceva ha lasciato una ricca eredità d’affetti. Dalla Colombia ha parlato Ivan Cordoba, che lo incontrò all’Inter: «Grazie per tutto quello che mi hai insegnato e per come mi hai motivato a essere migliore». E anche in Olanda, dove il calcio è una fontana che non si asciuga mai e la libertà è un oggetto di culto, ringraziano Mihajlovic per l’ultima lezione: «Nessuno è indistruttibile». Una frase che ripeteva spesso, anche a chi lo amava tanto da considerarlo un eternauta. 

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