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Dimissioni gesto raro nello sport

Veramente in pochi hanno scelto di farsi da parte ma non mancano gli esempi: da Lippi fino a Prandelli    

Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 10.09.2024, 10:39

Le dimissioni di Gennaro Sangiuliano, ex ministro della Cultura, hanno riportato in auge uno strumento che molto stupisce e, almeno nello sport, pochi ferisce. Scritto che tra quattrini «pubblici» e soldi «pubici» (battuta inarrivabile di Frank Cimini, gran giornalista di cronaca giudiziaria), la distanza non dovrebbe poi essere così banale e sottile, nel lontano 2014 le rassegnarono Giancarlo Abete e Cesare Prandelli, presidente della Federazione e ct della Nazionale. «Luna azzurra» era uscita ai gironi del Mondiale brasiliano, il popolo non invocava testi che spiegassero la disfatta: voleva teste. Le ebbe: «a gratis», per giunta. Si narra che anche Sanluciano (pura assonanza) le avesse prese in considerazione al ritorno, mesto, dall’Europeo tedesco, dopo un crollo che aveva indispettito persino la propaganda. A differenza di Oscar Wilde, seppe resistere alla tentazione. È sceso dalle nuvole. Ha accettato di patteggiare l’ideologia con l’idea. E Parigi ha apprezzato.In compenso, manco le cannonate scossero Carlo Tavecchio all’indomani dello sfregio svedese costatoci il Mondiale russo. Il selezionatore era Gian Piero Ventura. Una formalità, liquidarlo. Una tortura, invece, convincere il Principale che, insomma, sarebbe stato il caso di. Per ridurlo alla ragion di stato - e, quindi, alla resa - dovette mettersi di traverso Giovanni Malagò in persona, che già all’epoca, mormorano i «palazzinari», sognava il «quarto» potere. 

Dimissioni, da Lippi a Carraro 

In materia, Marcello Lippi non scherza. Due volte, quasi tre. La prima: febbraio 1999, Juventus-Parma 2-4, «Se il problema sono io me ne vado». Alla Triade non parve vero. La seconda (quasi): ottobre 2000, Reggina-Inter 2-1, «Se fossi il presidente, prenderei a calci in culo i giocatori ed esonererei l’allenatore». Massimo Moratti, nel dubbio, raccolse al volo l’invito. La terza: luglio 2006, Italia in cima all’universo, e lui, piccato dalle schegge dell’inchiesta sulla Gea che avevano investito il figlio Davide, sbatté la porta. Salvo riaprirla nel 2008. Clamoroso al Cibali, addirittura Franco Carraro. Nel 1978, da commissario della Lega. Motivo scatenante, la busta miliardaria che Giussy Farina aveva pagato per strappare la metà di Paolo Rossi a Madama. E comunque: 19 maggio, lettera d’addio; 4 agosto, incoronazione al Coni. Da una poltrona al trono alla velocità di Usain Bolt. Nel 2006, all’alba di Calciopoli, per essersi coricato in largo anticipo sulle fatidiche ventitré (metafora politica). E Primo Nebiolo? Gli effetti dello scandalo Evangelisti (salto in lungo taroccato ai Mondiali di Roma 1987) lo costrinsero a un doloroso passo indietro da presidente della Fidal, passo che fino all’ultimo aveva cercato di scongiurare. Da noi chi se le infligge è un masochista. E allora, avanti adagio. Perché non bisogna dimenticare la «lezione» di Bruno Pesaola. Pilotava il Bologna, le sconfitte crepitavano come pallottole, al Bar Otello si smoccolava, «bòia d’un mànnd lèder». Un cronista si fece coraggio: «Mister, mai pensato di rassegnare le dimissioni?». Il Petisso lo squadrò. Inforcò la centesima cicca. Sorrise: «Bravo. E se poi me le accettano?». 

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