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Leandro Petersen esclusivo: "Vi portiamo a scuola di Messi"

Il responsabile  commerciale della Federcalcio  argentina svela il piano: "Apriremo delle accademie in Italia, da Napoli a Roma"
Giorgio Marota
Giorgio Marota

5 min

Pubblicato il 24.01.2025, 15:19

«Perché i bambini da voi non giocano più nei quartieri? I campioni nascono lì». Leandro Petersen, l’uomo che ha proiettato la Federcalcio argentina in un’altra dimensione, raggiungendo il record di 70 soci commerciali e 80 milioni di ricavi nel 2024, ce lo chiede con sincero stupore. Inutile parlare di come si fanno i soldi se non si parte dalla base. È la mentalità del calcio di strada. O del “potrero”, come lo chiama il direttore commerciale dell’AFA. Come fai a spiegargli che in questa Europa vecchia e stanca i ragazzi sono per lo più distratti da smartphone e social, e che i praticanti del pallone gli dedicano giusto qualche ora a settimana nelle scuole calcio? Stiamo perdendo confidenza con la pelota e, non a caso, abbiamo smesso di produrre numeri dieci. 

 

Esiste ancora uno “stile argentino” nel calcio? Noi stiamo perdendo quello italiano. 

«Sì ed è riassumibile in un concetto: la tecnica sopra tutto. La strada affina la tecnica individuale, fa socializzare e fa crescere il rispetto reciproco. Ma la Selección non funziona solo per questo motivo». 

 

Funziona perché vince? 

«Perché comunica valori: tutti in Argentina sognano di giocare per la Selección, tifano prima per la nazionale e poi per il club. Questo spirito di appartenenza si impara da piccoli». 

 

Ci parli della vostra strategia di espansione commerciale. 

«Nel 2017 con il presidente Tapia è cominciata una nuova gestione. Venivamo da anni di conflitti istituzionali ed è dovuta intervenire la Fifa. Tapia non si capacitava di come tutti, nel mondo, ammirassero i calciatori argentini mentre il marchio AFA non era riconoscibile. Nessuna presenza in Cina, in India e in Europa. Zero accordi in Medio Oriente. Avevamo 5 soci commerciali, ora siamo a 70. Come la F1, l’Nfl o l’Nba, siamo diventati un brand di intrattenimento e sport».  

 

Cosa si può imparare dal modello sportivo americano? 

«Lì le grandi leghe danno un servizio ai fan tutti i giorni, generando contenuti. Non pensano solo alla partita. Nel nostro caso è ancora più difficile e necessario perché la nazionale gioca dieci volte l’anno. Abbiamo così trasformato l’amore per Diego e per Messi in valore commerciale e stiamo diventando la nazionale più tifata fuori dai propri confini». 

 

Perché il fascino per Maradona è ancora così forte? 

«Perché non è stato solo un calciatore. Era un simbolo, un rivoluzionario, un uomo anche fragile che amava il suo Paese e ne è stato il primo ambasciatore. Il suo mito non morirà mai». 

 

Quello di Messi invece? Prima o poi dovrete pensare al “dopo di lui”. 

«È già l’erede di Diego in tutto. Quando smetterà di giocare, continuerà a essere la nostra immagine nel mondo. È il simbolo di tutto ciò che ci piace: classe, onestà, sentimento, lavoro di squadra. Stiamo lavorando con lui su diversi progetti tecnici». 

 

Di che tipo? 

«Entro tre anni lanceremo le accademie del calcio argentino nel mondo. In Italia la prima sarà a Napoli, poi a Parma, magari anche a Roma. Sarà una scuola di tecnica con metodologia di calcio argentino. Ci si allenerà come se fossimo al centro federale di Buenos Aires». 

 

Con quale obiettivo? 

«Rendere il marchio AFA ancora più riconoscibile e avere un avamposto in Europa per crescere nuovi talenti». 

 

E il Brasile a che punto è? 

«Soffre un po’ in questi tempi (ride, ndr). A parte gli scherzi, abbiamo molto rispetto per un Paese che ha vinto 5 Mondiali. Certo, vincere la Coppa America del 2021 contro di loro nella finale del Maracanà è stato fondamentale per il nostro progetto»

 

Scelga l’ambasciatore del calcio argentino in Serie A. 

«Ne dico due: Lautaro e Dybala. Rappresentano la classe, i gol e la fantasia. Ma come faccio a non citare Paredes, Nico Gonzalez o i giovani Dominguez del Bologna e Nico Paz del Como? Il legame tra Italia e Argentina è unico. Tutti in Argentina seguono la Serie A e non avete idea di che regalo ci ha fatto De Rossi a venire a giocare da noi: ha legittimato il valore del nostro campionato, che non è solo un punto di partenza per i talenti ma può diventare anche una destinazione».     

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