I rigori sporchi si lavano in famiglia
Bisogna schierarsi. Inutile girarci attorno. E allora, patti chiari: i forcaioli con Antonello Venditti e il suo «In questo mondo di ladri» (di rigori). I garantisti con Francesco De Gregori e la sua «Leva calcistica della classe ‘68». Un passo, soprattutto: «Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore. Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia». Nino chi: Ademola (Lookman) che, nel corso di Atalanta-Bruges, strappa lo “scettro” a Charles De Ketelaere e lo spara addosso a Simon Mignolet? O Lorenzo (Lucca) che, durante Lecce-Udinese, lo ruba a Florian Thauvin e infila Wladimiro Falcone dopo congrua e rancorosa assemblea di condominio? Le reazioni non sono state decisamente pacifiche o paciose. Per carità: la Spoon River dei penalty falliti accoglie Diego Armando Maradona e Michel Platini, Marco Van Basten e Zico. Persino Pelè, se riesumiamo dall’archivio un’amichevole Roma-Santos del 3 marzo 1972 e il fatidico «a me gli occhi, please» di Alberto Ginulfi.
Le reazioni, ecco. Gian Piero Gasperini a Lookmam: «Non toccava a lui. È uno dei peggiori rigoristi che abbia mai visto». L’eroe di Dublino all’Ego di Bergamo: «Lo trovo irrispettoso. Mi ha ferito». E comunque: doppietta a Empoli. Lucca, in compenso, è stato ignorato dai colleghi, sostituito da Kosta Runjaic («L’ho tolto perché non mi piace chi infrange le regole») e multato. Però. I nostri padri ci insegnavano che i panni sporchi si lavano in famiglia. Non i rigori “sporchi”, evidentemente.
A onor del vero, Lookman ne aveva già toppati, e pure Thauvin. Nel trasloco da un secolo all’altro, gli undici metri non incarnano più il sentimento e lo straniamento d’antan, quando si scriveva di «massima punizione», e non di mani-comi o spintarelle di luna. Oggi li “vendono” ovunque: nei mercatini degli arbitri e fra le bancarelle del Var (citofonare Marco Giampaolo: «Roba da arresto»). Secondo il giornalista brasiliano Armando Nogueira «il rigore è una sentenza di morte nella quale il carnefice può diventare vittima». Nacque nell’Ottocento, figlio del figlio di un milionario, William McCrum, irlandese di Milford. L’intento, nobile, era quello di porre un freno - o di fissare almeno un confine - alla foga selvaggia e impunita dei “macellai”.
Venne ufficialmente sancito il 2 giugno 1891. Un dischetto di gesso. Due uomini. Un fischio. Come nei western di Sergio Leone. Con una palla al posto della rivoltella. E la musica del popolo pregante o berciante a surrogare le colonne sonore di Ennio Morricone. Morale delle morali: in “rigor tortis”, l’ordine rimane preferibile al disordine, e la gerarchia all’anarchia. Anche se, dato il numero crescente di candidati-litiganti, presto ci vorrà più faccia tosta a non batterli. Nel ricordo imperituro di Giuseppe Meazza che, contro il Brasile al Mondiale del ‘38, lo trasformò tenendosi su le braghe per la rottura prolungata dell’elastico. «Vai, Peppino» disse a sé stesso, avvicinandosi al patibolo, per scacciare gli spettri. Mentre mirava, i compagni lo guardarono senza parlare. Incavolati? Macché: strafelici.
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