
La preziosa eredità della sconfitta
I cinque set tra Carlos Alcaraz, numero 2 al mondo, e Fabio Fognini, fantasista di 38 anni, hanno rilanciato la solennità della sconfitta. Nel solco di Nelson Mandela - "Non perdo mai: vinco o imparo" - e lungi dal demonizzare le pulsioni estremiste di Antonio Conte ("Chi vince scrive la storia, chi perde la legge"), Wimbledon ha ribadito che c’è resa e resa. Il tennis, sport del diavolo, si presta all’epica della memoria. Difficile dimenticare i due match point che Roger Federer si fece mangiare da Novak Djokovic nell’epilogo del 2019; o addirittura i tre che Alcaraz ha recuperato a Jannik Sinner nella maratona conclusiva dell’ultimo Roland Garros.
Le categorie secondo Velasco
Il basket non ha mai smesso di processare i tre secondi che, nel 1972 a Monaco di Baviera, sfilarono l’oro olimpico agli Stati Uniti per consegnarlo all’Unione Sovietica di Aleksandr Belov. "Vincere non è importante, è l’unica cosa che conta" resiste imperterrito al netto dell’ipocrisia cogente e dilagante. Ci sono però, e per fortuna, sentieri che avvicinano lande viscide e conflittuali. L’Olanda del calcio totale è scampata alla rimonta tedesca del 1974, allorché perse il regno ma impose tutto il resto, a cominciare dalla dottrina che aboliva il ruolo fisso e celebrava la promiscuità tattica, lo 'ius' dello spazio rispetto allo 'ius' della palla. E nel 1954, il 3-2 che gli implacabili panzer avevano inflitto all’Ungheria non impedì ai magiari di trasmettere ai posteri la scintilla del 'falso nueve', con Nandor Hidegkuti che arretrava per stuzzicare i blitz 'erbivori' di Ferenc Puskás e le sponde aeree di Sándor Kocsis. A detta di Julio Velasco, l’umanità "non si divide tra vincenti e perdenti, ma tra brave e cattive persone: tra le brave persone ci sono anche dei perdenti, tra le cattive persone ci sono anche dei vincenti". E se questo potrà sembrare un pistolotto morale ai limiti del moralistico, ma non lo è, il sentimento che Michel Platini cavalca ogni volta che si parla di Francia-Germania Ovest 3-3 del 1982 non nasconde alibi, finzioni, doppiezze. Eppure era una semifinale mondiale; eppure i 'galletti' conducevano per 3-1 nei supplementari; eppure la fine di Siviglia li escluse dalla finale del Bernabeu. Da noi, per difetto di catenaccio, la scuola breriana avrebbe preso a pedate nel sedere il collegio napoletano. Le Roi no, accettò il verdetto dei rigori e lo incartò con il fiocco del sogno sfiorato, e non già dell’incubo sofferto.
Il Napoli di Sarri
"A testa alta" è il mantra che i tifosi si tramandano di rovescio in rovescio per irridere gli avversari. I 4-3 dell’Azteca e di Inter-Barcellona appartengono alla letteratura e non semplicemente alla cronaca. Perché un successo sia grande, servono rivali ancora più grandi. È evasione, non prigione, da un’epoca che antepone l’obesità dei calendari al romanticismo dell’attesa leopardiana del dì di festa, così lontana dai titoli che fanno vendere. Si rischia la figura dei babbei. Sarà. Dal 2015 al 2018 il Napoli di Maurizio Sarri non ha raccolto nemmeno un trofeo, ma non si trova studioso o appassionato che non lo citi, che non ne rammenti la fragranza dell’idea. C’è vita oltre gli algoritmi.
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