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Haaland, il ritorno al vero nueve

Leggi il commento sullo straordinario bomber norvegese, già arrivato a 50 gol in Champions League: meglio di Messi, ricorda il grande Nordahl
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 23.09.2025, 08:34 (Aggiornato il 23.09.2025, 08:43)

Norvegia, dall’antico «Norðrvegr» e dall’inglese «North Way»: terra o via verso nord. I Vichinghi la nutrirono di miti e commerci. Oslo, la capitale, vi ospita ogni 10 dicembre la cerimonia del premio Nobel per la Pace, l’unico attribuito lontano da Stoccolma. Ecco: per la Pace. Erling Haaland non lo vincerà mai, e non perché sia un guerrafondaio: almeno non risulta. Venticinquenne, si ciba di gol. Che non è esercizio bellico ma neppure servizio francescano. Gioca nel Manchester City, e con la sgrullata di giovedì, al Napoli, ha raggiunto quota 50 in 49 partite di Champions: record assoluto di velocità. Una macchina. Leo Messi ne impiegò 66; Cristiano Ronaldo, addirittura 91 (fonte Uefa). In uno scorcio storico che non riserva coccole agli altri norvegesi doc - Casper Ruud, sceso al 12° posto nella classifica Atp di tennis; Karsten Warholm, «solo» quinto nei 400 ostacoli del Mondiale di Tokyo, lui, collezionista di podi e primati - Haaland è la montagna (di 1,94 e 94 chili) che continua a partorire di tutto tranne che i «topolini» del proverbio. 
E qui si passa al trasloco filosofico del Pep (Guardiola). Dal centravanti «spazio» al centravanti «ciccia». A conferma che, per spingersi oltre, non bisogna vergognarsi di copiare. Prova ne sia Mediaset, con il recupero (e l’audience) della giurassica «Ruota della fortuna», rinfrescata e affidata a Gerry Scotti. Il biondone incarna, nel senso letterale del verbo e del fisico, la prolunga di un ruolo che per mantenersi in forma frequenta le bolge dantesche degli archivi. Se il falso nueve è stato, e rimane, un inganno, il nueve vero rappresenta la scuola dell’obbligo, quando fin dai grembiuli e dai fiocchi si insegnavano i rudimenti di un tollerabile egoismo. 

Come Nordahl

Haaland oggi e chi ieri? Gunnar Nordahl, svedese di Hörnefors, il «pompierone» che, nel 1951, contribuì a riportare lo scudetto al Milan dopo 44 anni di deserto (per Peppino Prisco, «il periodo d’oro del calcio italiano»). Concesse il bis nel 1955. E si laureò cinque volte capocannoniere. Dalla palestra della memoria emerge la stazza di un ariete le cui misure - 1,80 per 90 chili - anticiparono le carrozzerie moderne. E’ al suo collo taurino che dobbiamo l’idea «di sfondamento» che Haaland ha adeguato ai Bronx del «fast-foot», favorito da regole che tutelano gli attaccanti più di quanto non capitasse ai poveri cristi del Novecento. Era già della Juventus, ma l’avvocato Agnelli lo girò al Milan per rimediare al «ratto» assai poco elegante del danese Johannes Pløger, ignaro di come il destino avrebbe reagito. Si narra di un Nordahl alla Laocoonte, con i difensori-serpenti attorcigliati alle sue ante. Ci ha lasciato il 15 settembre del 1995, a 74 anni. In vacanza ad Alghero («Mia madre non lo deve sapere che voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero», cantava l’immensa Giuni Russo), stava nuotando nella piscina dell’albergo: gli cedette il cuore. Al fianco di Gunnar Gren e Nils Liedholm compose il Gre-No-Li: una scatola nera che sprigionava fiamme. Da Nordahl a Haaland: le vie del Nord, senza scomodare il Signore, sono proprio infinite. 

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