Carlo Sassi oltre il tempo come i Beatles
Certo adesso gli Adani e gli adanisti la racconterebbero sprezzanti come una televisione ingessata, con quel bianco e nero dominante non solo a livello cromatico, prima ancora come scenografie, posture, lessici e dizioni. Ma è stupido, molto stupido guardare quel mondo con gli occhi di oggi. Sarebbe come guardare le foto seppiate della nonna, gonnone nero alle caviglie e calli alle mani, ridendo di lei perché non potrebbe mai essere un’influencer. Ci vuole rispetto per quel tempo e per quegli italiani. Perché da lì e da loro veniamo, tra parentesi senza la certezza di essere andati poi così avanti. Prendi la rivoluzione Var, prendila e paragonala subito a quella del 22 ottobre 1967, quando Carlo Sassi, ingessato in una “Domenica sportiva” ingessata, cava fuori l’intuizione più semplice e proprio per questo più geniale, rivedendo il gol del pareggio di Rivera in Inter-Milan 1-1: basta rallentare l’azione con l’apparecchiatura bisnonna del Var, detta Moviola, e finalmente i dubbi si dissolvono, la palla ha battuto sotto la traversa ma ricadendo non è entrata, l’1-1 sarebbe da annullare, però dati i tempi resta validissimo e fa classifica. In quel 1967, che nemmeno può immaginare cosa diventerà nella storia degli uomini il ‘68, muore Totò, sparano a Che Guevara, inventano il floppy disk e Christian Barnard firma il primo trapianto di cuore. Nel suo piccolo, anche Carlosassi autografa la grande storia, almeno quella del costume italiano, segnando per sempre la nostra vita di tutti i giorni.
Senza, non possiamo sapere di cosa avremmo parlato dal lunedì alla domenica nei sessant’anni a seguire: di certo, senza Carlo Sassi – e la sua mitologica spalla Heron Vitaletti – dovremmo sbianchettare tante ore, tanti polveroni, tante grida di oltre mezzo secolo.
Come si dice immancabilmente rileggendo col senno di poi certi snodi del nostro passato, anche la Moviola non lascia più niente come prima. C’è un prima e c’è un dopo. Il dopo in qualche modo l’abbiamo poi vissuto tutti, noi diversamente giovani con le varie evoluzioni della specie passate attraverso Aldo Biscardi, che grazie alla Moviola fece leggenda, arrivando fino a pronunciare la più biblica delle frasi, «non parlate più di due o tre alla volta sennò si fa confusione» (i suoi familiari giustamente gliel’hanno incisa sulla lapide, al cimitero di Larino).
Ma anche dopo di noi dal capello cinereo i giovani e i giovanissimi si possono dire comunque nipoti di quella svolta epocale, se è vero com’è vero che ormai di una partita vediamo più replay dal kamasutra di duemila angolature che azioni in tempo reale.
Ecco, ragazzo che i grandi della musica hanno invitato a chiedere chi erano i Beatles: magari, se ti avanza un etto di curiosità, chiedi anche chi era Carlosassi. Il nome magari non ti dice niente, ma come i Beatles, forse più dei Beatles, ancora oggi condiziona il tuo modo di cercare una possibile verità dentro il caos iperveloce e sovreccitato della realtà: ragionando con calma e rivedendo con calma, oltre le apparenze superficiali e oltre gli effetti ottici del momento. A tre giorni dai 96 anni (1 ottobre 1929), Carlosassi se n’è andato allo stesso modo, nel modo slow e sommesso della sua domenica alla moviola. Prima che noi la buttassimo in caciara.
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