Ah la magia del dribbling...

Le fughe e toccate. I problemi affrontati di petto e non elusi di schiena: elogio al dribbling
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 14.04.2026, 09:36

Con la deferenza religiosa che dobbiamo alle «tavole» di Coverciano e al Supercorso che Italo Allodi s’inventò per liberare gli aspiranti allenatori dalle caverne del vecchio testamento. Nel rispetto oggettivo della licenziosa tirannia che le cattedre e i pulpiti esercitano sui banchi di scuola, dagli asili di Fusignano alle medie di Cusano (Milanino). Fermo restando che le pre-ventive sempre saranno lodate e l’arte dello scivolamento non può non rappresentare un caposaldo del lessico famigliare, titolo di un suggestivo romanzo di Natalia Ginzburg.

Il calcio e le sue teorie

Senza dimenticare gli estratti della tesi di Andrea Pirlo basata «sulla volontà di un calcio propositivo, di possesso e di attacco». E senza trascurare, a maggior ragione, i passi salienti del componimento di Alessandro Del Piero dedicato all’«Uno per tutti (tutti per uno)», frase che Alexandre Dumas padre aveva innalzato a motto dei suoi Moschettieri. Per tacere dei morbosi dibattiti che agitano i «braccetti» e gli «intermedi», badanti delle mezzali, esposti in vetrina dai «commercianti di parole» (Arrigo Sacchi dixit). Offrendo agli scettici, inoltre, la facoltà di spaziare tra «giuoco» posizionale e relazionale, strutturale e funzionale, a uomo e a zona, d’attesa e di pretesa, in una cascata di palle inattive e palle scoperte. E, metafora per metafora, agevolando in ogni modo l’apertura dello stretto di Hormuz, che sta alle petroliere che trasportano il greggio come la cruna del risultato che governa e indirizza le analisi dei dotti. Naturalmente: «honni soit qui mal y pense», sia svergognato chi ne pensa male. Alludo a coloro che considerano viziati o viziosi il catenaccio e il contropiede; e, per eccesso di coerenza, rifiutano ed esecrano i piani Marshall dei Pep Guardiola e dei Luis Enrique, calibrati sull’ergastolo del posto fisso. Ecco: fatti salvi gli sproloqui che spesso accompagnano e condizionano il laboratorio circense del football; ribadito che nessuno nasce imparato, e nemmeno «insegnato»; garantito alla teoria l’onore di un corridoio preferenziale, chiedo scusa se abbandono per un attimo le mappe e le lavagne per gettarmi ai piedi - letteralmente: ai piedi - dei dribbling esplosi da Michael Olise in Real Madrid-Bayern (1-2), Khvicha Kvaratskhelia in Paris Saint Germain-Liverpool (2-0), Jonathan Rowe in Bologna-Aston Villa (1-3). Colonna sonora: «We will rock you».

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Elogio al dribbling

Sì, i dribbling. Le fughe e toccate. I problemi affrontati di petto e non elusi di schiena. L’evoluzione dell’idea storica e iconica di ala. Dalla fascia al centro, seguendo le orme sessantottine di George Best o gli scrosci sinfonici di John Robertson, il più straccione («tramp») del Nottingham Forest di Brian Clough. Ma anche il più eclettico, capace di segnare e far segnare. E pazienza se per Paolo Di Canio «saltare l’avversario» non è sinonimo di slalom. Ahi, che dolore. Siamo al tirar delle somme (e dell’invito): maniaci delle bisettrici, spacciatori di algoritmi e alluci invertiti, fustigatori dei facili (e Allegri) costumi, arrendetevi. Non è una minaccia: vi sentirete meglio.

 

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