I cinquant’anni del cucchiaio

in pieno Mondiale il rigore con il «cucchiaio» festeggerà i 50 anni: 1976-2026. Nacque a Belgrado, grazie a Panenka
Roberto Beccantini
Roberto Beccantini

4 min

Pubblicato il 09.06.2026, 09:55

Il 20 giugno - in pieno Mondiale, dunque - il rigore con il «cucchiaio» festeggerà i 50 anni: 1976-2026. Nacque a Belgrado, al culmine della finale europea tra Cecoslovacchia e Germania Ovest. I supplementari non avevano scalfito il 2-2 e così Sergio Gonella portò tutti sul dischetto. Lo sparo decisivo toccava ad Antonín Panenka, mezzala di mestiere e vocazione, in forza (allora) ai Bohemians di Praga. Fu lì, in quegli attimi che possono cambiare, se non proprio una vita, almeno una carriera o una bacheca, che s’inventò Steve Jobs. Al diavolo le parabole convenzionali, alle ortiche il battesimo degli angoli e la cresima delle finte. Dalla rincorsa, breve, stappò un pallonetto centrale, un po’ scavato - a cucchiaio, appunto - che turbò Sepp Maier e spiazzò il «balisticamente corretto». Sulla scia di Dick Fosbury nel salto in alto. Pareva una moda: diventò un modo. Francesco Totti lo avrebbe sfoderato nel 2000, ad Amsterdam, nel «tiebreak» con l’Olanda, tra i brontolii postumi di Dino Zoff.  

Panenka ha allargato il protocollo, il Psg ha raccolto i frutti

Se Panenka ne allargò il protocollo, il Paris Saint-Germain si accontenta di raccoglierne i frutti. Perché il risultato, ecco, verrà pure dopo l’idea, come pontificano a Coverciano, ma è ben difficile che si lasci distanziare. Luis Enrique, asturiano di culla, propone un calcio creativo e reattivo. Ne conosce gli ingorghi bastardi, i sentieri subdoli. Ct della Spagna, ai penalty perse una semifinale europea con l’Italia del Mancio, nel 2021. E, sempre ai penalty, ha conquistato quattro degli ultimi sei trofei: la Coppa Intercontinentale con il Flamengo (1-1, 2-1); la Supercoppa di Francia con il Marsiglia di Roberto De Zerbi (2-2, 4-1); la Supercoppa d’Europa con il Tottenham (2-2, 4-3); la Champions League con l’Arsenal (1-1, 4-3). A testimonianza che le vie della dittatura non sono meno infinite dei riflessi dei portieri (Matvey Safonov, quattro su cinque «murati» contro il Flamengo). 
Il 31 maggio 2025, il Paris Saint Qatar (dal nome dello Stato che lo sovvenziona) aveva demolito l’Inter per 5-0 nell’epilogo di Champions, a Monaco di Baviera. Il 13 luglio 2025, si arrendeva per 3-0 al Chelsea di Enzo Maresca nella «bella» del Mondiale Fifa per club, al MetLife Stadium di New York. Sono i confini di una «rigorite» che ha ribadito, al netto delle singole trame, la relatività di certi paroloni. A cassetta con i «gunners» di Mikel Arteta, alla Puskas Arena; allo sbando con gli Spurs, per 85’, a Udine.

 

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E il riferimento non è a una damigella qualsiasi ma, addirittura, alla squadra regina, capace di esprimere il pallone d’oro del 2025, Ousmane Dembélé, e un probabile candidato al prossimo, Khvicha Kvaratskhelia, per quanto zavorrato dall’assenza della «sua» Georgia al rodeo americano. 

Panenka, la miccia coi baffi che c guarda da undici metri di diffidenza

Panenka, la miccia coi baffi che ha acceso queste righe, ci guarda da undici metri di differenza e diffidenza. Il suo tiro chiede asilo politico agli studi e ai paragoni che ne rifiutano l’istinto beffardo, la prassi goliardica. Dipende dall’esito, naturalmente. E comunque, bordeggiando la «leva» di Francesco De Gregori, anche da quella trincea di gesso ci vuole coraggio. Specialmente se ti giochi te stesso. 

 

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