L'anima azzurra di Baresi

Dall'esordio a Firenze (1982) alle lacrime di Pasadena (1994). Una storia durata 12 anni
Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

6 min

Pubblicato il 01.08.2026, 12:15

La prima volta a Firenze, dicembre ‘82. Mancava Scirea e Bearzot, che lo aveva portato con sé anche al Mondiale in Spagna, puntò deciso su Franco Baresi. Aveva ventidue anni, ma stava in campo come uno che lì c’è nato. Zero a zero contro la Romania in una rissosa partita per le qualificazioni all’Europeo dell’‘84, voto 6,5 del Corriere dello Sport-Stadio. Cominciò da libero e finì terzino. Gli chiesero negli spogliatoi: emozionato per l’esordio? “Solo due o tre minuti”. Forse meno. Quell’anno il Milan era in B, Franco giocava il sabato in Nazionale e la domenica dopo in campionato. Ventiquattro ore dopo la Romania a Firenze, giocò a Como e il Milan perse. 

Baresi azzurro per 81 partite e per tre generazioni   

Baresi è stato in Nazionale per dodici anni, per 81 partite e per 31 volte con la fascia di capitano. Ha attraversato tre generazioni azzurre, quella dei campioni del mondo, dei fantastici under 21 trapiantati in Nazionale da Vicini e l’ultima, quella di Pasadena, quella dei rigori sbagliati nella finale contro il Brasile. E’ passato da Bearzot a Vicini a Sacchi mantenendo sempre lo stesso rendimento, aiutando i ct e i giovani compagni che entravano nel gruppo. Dopo l’‘82 saltò il Mondiale dell’‘86 perché Bearzot gli disse che nella lista dei convocati c’era posto solo per un ruolo a metà campo (il libero era Scirea), ma ormai Franco era un difensore vero e non se la sentì.  

Guarda la gallery

L'unico gol in Azzurro

Con Vicini invece nessun malinteso, anzi. Il suo unico gol in Nazionale (su calcio di rigore, già, proprio su rigore...) era arrivato a Bari, contro l’Urss (4-1), febbraio ‘88, Azeglio in panchina. Quel giorno il vice direttore di questo giornale, Ezio De Cesari, scrisse nella pagella di Franco: “Voto 7,5. Ha ragione Liedholm: Baresi oggi è il miglior libero del mondo”. Quella Nazionale giocava un calcio che rubava l’occhio, lo dimostrò anche all’Europeo dell’‘88 in Germania e meglio ancora nel Mondiale di Italia ‘90. Franco era uno dei migliori interpreti.  

Il passaggio da Vicini a Sacchi è stato per lui del tutto naturale. In quella linea a quattro, trasportata quasi interamente dal Milan alla Nazionale, Baresi si conferma come guida. Punta tutto sul Mondiale americano del ‘94, ma la prima partita del girone la perdiamo contro l’Irlanda e la seconda (segnatevi la data, 23 giugno) la vinciamo in dieci contro la Norvegia. A inizio secondo tempo, Baresi sente pizzicare il ginocchio destro ed esce dal campo con la macchinetta elettrica. La mazzata arriva qualche ora dopo: è menisco. Dal New Jersey lo portano a New York, al Lennox Hospital, su Park Avenue. Lo opera il professor Elliot Hershmann. Mondiale finito, Nazionale finita visto che si parla di un ringiovanimento dopo Usa ‘94. Sarebbe così per tutti, ma non per Franco Baresi. Che si ripresenta nel ritiro azzurro della Pingry School e mentre qualcuno gli consiglia di tornare a casa per rientrare in campo a inizio stagione lui resta lì, un passettino alla volta, una camminata, una corsetta, un breve scatto. L’Italia e Franco fanno passi da gigante, gli azzurri in partita, lui in allenamento. Due giorni prima della finale, Sacchi esclude il recupero di Baresi, che però ha appena giocato la partitella con i titolari. E anche il giorno dopo, ventiquattro ore prima del Brasile, i giornali danno ancora Apolloni al posto del milanista. 

La finale di Pasadena. L'ultima immagine è il pianto disperato

Ma nel bollore assurdo di Pasadena, ventiquattro giorni dopo l’operazione al ginocchio, Franco Baresi è di nuovo in campo, accanto agli azzurri e gioca una partita fantastica, di orgoglio ma anche di qualità. E’ il trascinatore di sempre, il giocatore a cui la squadra si aggrappa quando Romario e Bebeto si fanno cattivi. Finisce ai rigori e finisce come purtroppo sappiamo. Tutta Italia conosce Baresi e sa che, di fronte alle responsabilità più grandi, non si tira indietro. E’ lui a calciare il primo rigore. La rincorsa inizia dal limite dell’area, Taffarel lo guarda, Franco tira forte, ma la palla vola alta sopra la traversa. Crolla in ginocchio sul dischetto, le mani in faccia, il primo a consolarlo è proprio Taffarel. Poi sbaglia Massaro e alla fine sbaglia Baggio. Abbiamo perso il Mondiale ai calci di rigore. L’ultima immagine è il suo pianto disperato sulla spalla di Raffaele Ranucci, il capo delegazione dell’Italia.  
Non ci sarà un’altra possibilità, ora è proprio finita, anche se Sacchi gli concede l’ultima passerella, a Maribor, uno a uno contro la Slovenia. Franco saluta la Nazionale. E’ stato un pezzo della nostra storia. Era un libero, libero di giocare. 

 

 

 

Abbonati per continuare a leggere

Scegli l’abbonamento che fa per te e sblocca un mondo di contenuti esclusivi,
navighi senza interruzioni e scopri il piacere della lettura.

  • Basic

    € 19,99 Prezzo standardRisparmi il 50%

    9,99al mese
  • 5 contenuti al mese
  • Più scelto

    Plus

    € 29,9 Prezzo standardRisparmi il 33%

    19,99al mese
  • 10 contenuti plus al mese
  • Nessuna pubblicità
  • Best value

    Pro

    € 49,99 Prezzo standardRisparmi il 20%

    39,99al mese
  • Contenuti illimitati
  • Supporto prioritario