Fabrizio Danese: “La mia Bosnia dopo l’Italia”

Cresciuto nella Lodigiani, proprio come Francesco Totti, il difensore è oggi l'unico italiano a giocare nella massima serie bosniaca
Giulia Mazzi

Pubblicato il 11.04.2026, 09:32

È cresciuto col pallone tra i piedi nella Lodigiani, come Totti, ma la carriera di Fabrizio Danese lo ha condotto geograficamente più lontano rispetto alla sua Roma, che ancora porta nel cuore. Dal Lazio alla Sardegna, fino a Spagna, Andorra e adesso Bosnia, al Rudar Prijedor, dove è l’unico italiano a giocare, difensore, nella massima serie. «Avevo tanti pregiudizi prima di venire qui ma dal primo giorno ci siamo trovati benissimo». “Ci”, cioè lui e la moglie Alice, che lo ha seguito nella nuova avventura. «Quando stavo in C non mi facevano mai giocare in prima squadra, preferivano quelli un po’ più anziani. A Barcellona a 15 anni stai con i grandi... Così ho detto basta».

Com’è andata?

«Ho ricevuto la chiamata di Nicola Radici, ex dirigente dell’Atalanta, e sono volato in Spagna. Non me ne sono mai pentito, anzi, avrei dovuto farlo prima».

Ha marcato Lewandowski e giocato contro un diciottenne Nico Paz.

«Lì capisci perché certi calciatori sono di un’altra categoria. Paz mi ha sorpreso però, non mi aspettavo che facesse così bene in Serie A. La differenza la fa Primera Federación, la terza categoria spagnola: i ragazzi giocano e quelli di livello vengono fuori».

Per lei cosa non funzionò?

«Tante cose, anche un po’ di sfortuna. E a volte ti associ alle persone sbagliate. Le dico: dopo il mio miglior anno in Spagna il mio procuratore rifiutò tutte le proposte senza nemmeno avvertirmi. Ora mi rappresento da solo».

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Ha visto Bosnia-Italia con i suoi compagni di squadra?

«No no, a casa. Ma il giorno dopo cosa non mi hanno detto nello spogliatoio: sfottò, cori, inno e bandiere della Bosnia, di tutto. Poi io sono uno che rosica quindi rispondevo: “Noi abbiamo vinto quattro Mondiali e voi niente”, ma faceva tutto parte dello scherzo».

Per la Bosnia è stata una serata storica.

«Assolutamente, anche perché hanno un rispetto immenso per l’Italia: non dimenticano che siamo stati la prima nazionale a venire a giocare qui dopo la guerra. È molto importante per tutti, giovani e vecchi: te lo racconta con le lacrime agli occhi gente che nel 1996 non era nemmeno nata».

Si aspettava il ko degli azzurri?

«Sapevo che sarebbe stata difficile ma undici contro undici avremmo vinto noi. Gli episodi possono capitare e non capisco l’odio contro Bastoni: le persone devono rendersi conto che i primi che vogliono fare bene in campo siamo noi calciatori. Ma spero che sarà un punto di partenza per costruire un futuro migliore per l’Italia».

Cosa ne pensa del caso del foglietto dei rigori di Donnarumma?

«È sempre successo, non capisco perché montare un caso. Ognuno usa i mezzucci che ha».

 

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