
Alessio Lisci, l’intervista: “Diventare allenatore in Italia è impossibile”
Dall’Italia alla Spagna con un biglietto di sola andata per un Erasmus che gli cambia la vita. La storia di Alessio Lisci è umanamente familiare quanto certamente fuori dall’ordinario. Dopo un’esperienza da tecnico nelle giovanili della Lazio, a 25 anni lascia Roma per andare a studiare in Spagna. Oggi che ne ha 40 in Liga è uno dei nomi da tenere d’occhio. Nel frattempo ha, in ordine sparso: allenato giovanili, allenato prime squadre, commerciato prodotti italiani e scritto una pagina di storia dell’Osasuna battendo in casa il Real Madrid di Mbappé. Quest’ultimo fatto succedeva una settimana fa, un evento storico che Pamplona aspettava da 15 anni: «Un tifoso adolescente non aveva mai visto una vittoria sul Real. Ti dà la misura di quanto è successo».
Ci torneremo. Perché la Spagna?
«È un calcio che mi ha sempre affascinato, poi fare i corsi di allenatore in Spagna è più semplice. In Italia, per chi come me non ha mai giocato in Serie A, prendere il patentino Uefa A è impossibile».
Dunque il Levante.
«Avevo mandato via mail il curriculum a una ventina di club, hanno risposto Atletico Madrid e Levante. Ho scelto il Levante perché mi offriva un’esperienza più formativa».
Nel frattempo si destreggiava tra due o tre lavori.
«Sì, commerciavo prodotti alimentari italiani. Sono felice di averlo fatto, i miei genitori mi hanno insegnato il lavoro duro ed è una lezione che mi porto dentro».
Dodici anni dopo, il Mirandes in Segunda Division.
«Una città da trentacinquemila abitanti in cui si parla sempre di calcio. Quando firmi il contratto sei obbligato a vivere a Miranda, quindi vivi molto l’ambiente. Giravo tutto il giorno a piedi, che per me che vengo da Roma è un lusso».
La scorsa stagione siete arrivati a un passo dalla promozione in Liga: c’è chi parlava di miracolo.
«È stato fantastico, un’esperienza che porterò sempre con me nel bene e nel male. Sarebbe stata un’impresa al livello della Premier del Leicester di Ranieri. Purtroppo il calcio è così».
È vero che il primo giorno a Miranda si presentarono solo in quattro?
«In quel momento c’erano solo quattro giocatori sotto contratto. È la filosofia del club, la maggior parte dei tesserati arrivano in prestito e ogni anno si ricomincia».
È difficile programmare così.
«Sì, ma è stata un’esperienza che mi ha formato veramente tanto. Il Mirandes è una vetrina, pensi a Iraola che ora sta facendo molto bene con il Bournemouth».
E infatti lei è finito all’Osasuna. Come mai?
«È un club che ha pazienza con gli allenatori, per me è una cosa fondamentale».
Cosa intende?
«Nel calcio puoi essere bravo quanto vuoi ma poi sono i giocatori che scendono in campo. Se la società non ha pazienza e cambia allenatore in continuazione, è finita. Succede a tutti: cosa sarebbe successo a Klopp o Guardiola se Liverpool e City non gli avessero dato il tempo di trovare la quadra?».
L’Osasuna scelse lo slogan “Veni vidi Lisci” per annunciarla, si sente un po’ condottiero romano?
«No no, è ancora troppo presto. Anzi, non ne sapevo niente finché i miei amici non hanno iniziato a mandarmi i post».
La prima impresa però l’ha già scritta battendo il Real Madrid.
«Una serata fantastica con un finale complicato. La cosa più bella è successa all’ultimo rinvio dal fondo. Il quarto uomo mi ha detto: “Guarda, appena batte è finita” e io ho alzato gli occhi sulle tribune, con i tifosi in festa. La loro felicità è stata l’emozione più bella della serata».
Qualcosa è cambiato?
«Sì, forse. Da quando esistono i diritti tv il gap con le big si è sempre più allargato. I tifosi non erano abituati a vincere così e ora vederli felici mi fa capire perché lo so facendo».
Ora l’Europa?
«Restiamo umili, prima la salvezza. Poi vedremo».
Sarebbe disposto a partecipare a San Fermin a luglio per arrivare in Europa?
«Correre con i tori? No, questo è un po’ troppo. La vita me la voglio ancora godere». E ride.
Come lei in Spagna anche Budimir, ex Samp e Crotone, ha trovato il suo posto nel mondo.
«Ha una mentalità che contagia tutta la squadra, un grande lavoratore. È rimasto molto legato all’Italia e spesso parliamo di Serie A».
Pensi che “un grande lavoratore” è come l’ha definita Raul Garcia.
«Passo tanto tempo al campo e li faccio davvero sudare. Al centro sportivo l’unica cosa che mi manca è il letto, come lo aveva Spalletti a Castel Volturno: gli volevo rubare l’idea ma nel mio ufficio non ci entra».
Dopo l’addio di Ancelotti, lei è rimasto l’unico italiano ad allenare in Liga.
«Non ci penso molto, mi sento un cittadino del mondo. Con Carlo ci siamo incrociati in campo e poi sono andato a vederlo allenare. Non è solo un grande tecnico ma anche una persona fantastica».
In estate sono arrivate chiamate dall’Italia?
«Un club di Serie B era interessato, poi basta. Offerte dalla Spagna e tante dall’Inghilterra».
Ha mai pensato di tornare?
«Sì, ci sono molte squadre che mi piacerebbe allenare ma ora per me è più importante il progetto».
Cosa si dice in Spagna di Cuesta e Fabregas?
«Carlos ha il mio stesso problema: è più conosciuto in Inghilterra, dove ha lavorato tanto, che in patria. Cesc è un’icona, fa cose interessanti e lo seguo con piacere. Anche lui come me lavora molto con i giovani. Poi conosco bene Dani Guindos, che è nel suo staff. Il Como è una boccata d’aria fresca».
Come vede la Serie A?
«L’Inter ha lo scudetto in tasca. Seguo molto Roma e Lazio, le squadre della mia città. Al momento una sta andando meglio dell’altra ma è normale, vanno a epoche».
Cosa direbbe oggi a quel ragazzo arrivato in Spagna quindici anni fa?
«Di credere nei suoi sogni, perché poi si sono avverati. E di divertirsi durante il percorso».
Cosa vede nel suo futuro?
«Il Valencia domani» E ride ancora.
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