
Immobile, l'Italia é la sua Arabia
Basterebbe l’ultimo mese per sentirci tutti very depressed davanti al sistema Italia, cominciato con la manita in faccia all’Inter, proseguito con la caporetto nazionale, terminato con il fulminante tracollo del Mondiale per club. C’è solo una buona notizia: la stagione finisce qui, tutti in vacanza e appuntamento alla prossima. Con una premessa davvero eccitante: sarà difficile fare peggio. In tutto questo, persino il disastrato sistema Italia riesce a buttarci l’osso di una storia edificante, che non è il caso di fare troppo romantica, ma che almeno riesce a smuovere ancora sentimenti: torna Ciro, Ciro nostro, dopo un solo anno di fuga in Turchia. Siamo nei paraggi dell’uomo che morde il cane: mentre tutti cercano un’Arabia per sistemarsi due o tre generazioni di famiglia, Immobile rinuncia a dei soldi pur di giocare nuovamente a casa. Italia, Bologna. La prospettiva è di iscriversi nella rosa come terza punta, ma a quanto pare non è cosa da raffreddare un entusiasta come Ciro: si parte da terzo, va bene, ma poi nessuno ti vieta di diventare primo o secondo. E’ la sfida, è l’adrenalina, è la scossa elettrica che evidentemente soltanto questo campionato, qui tra di noi, riesce ancora a suscitare in certi italiani, soprattutto in quelli non proprio di primo pelo: tante ne hanno viste, tutte le hanno provate, salvo poi arrendersi al richiamo ancestrale delle “pressioni” tricolori. E dove lo trovi un lunedì come il nostro, che dura fino al sabato. Cosa cerchi davvero Immobile lui solo lo sa. Certo non uno svacanzamento comodo e dorato, perché da questo punto di vista l’Italia sarebbe l’ultimo posto in cui depositare le ossa. Ai primi titoli di coda ormai i finali di carriera prevedono una crociera di due o tre anni verso Mar Rosso e dintorni. Nel finale suo, Ciro viene preso per le orecchie dal proprio io migliore, ancora vivo e vegeto, poco saggio e poco calcolatore, molto giovane e molto pazzo, che gli impone di ricominciare in un altro modo. Là, dove altre glorie stagionate hanno obbedito al proprio io eccentrico e svitato, andando a costruirsi qualcosa di nuovo e di diverso quando l’età dei benpensanti nemmeno lo immaginerebbe più: nel ‘97 Baggio aveva 30 anni e la lettera scarlatta F impressa in fronte, F come finito, poi nel ‘98 fu Signori, anch’egli trentenne, anch’egli con la stessa lettera stampata addosso, due nomi e due esempi per niente secondari che a Bologna hanno rifinito a sfumature celesti il percorso di vita, più amati del sindaco e della tagliatella. E’ evidente, Ciro immagina lo stesso spartito, suonare per non essere suonato, senza porsi limiti di tempo e di spazio. Se sia Bologna il giardino incantato della sua nuova adolescenza, l’adolescenza matura delle follie cercate e assaporate, lo scoprirà rimettendosi in gioco. A una certa età, sbagliando il bivio, l’alternativa al giardino sono i giardinetti. Ma non sembra Ciro il tipo da confondersi.
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