Juve, la strada di Tudor
Il Santiago Bernabeu ispira sempre grandi imprese alla Juventus. Dalla doppietta di Del Piero, con i madridisti in piedi ad applaudirlo (e accade di rado), al gol di Morata che valse la prima finale Champions di Allegri. Va citato anche il golpe fallito al 90esimo, la serata del bidone della spazzatura al posto del cuore, con lo stadio che si ritrovò morto di paura dopo l’andata dominata a Torino per 4-1 con quel gol da Album Panini di Cristiano Ronaldo in rovesciata. Quando vai a giocare a Madrid, in quello stadio, ti immergi in un’altra dimensione spazio-temporale. La cronaca va in dissolvenza. Resta la storia. E la storia non ricorderà se sei andato o meno a giocare lì dopo una sconfitta a Como e nel bel mezzo di una tempesta mediatica con l’immancabile toto-allenatore. Un tempo si sarebbe detto che cose del genere alla Juventus non sarebbero mai successe. Ora, invece, sono all’ordine del giorno anche nella Torino sabauda. Hanno cominciato pure loro a cambiare allenatori come noccioline. Sono sei negli ultimi sei anni: a partire da Sarri nel 2019 e includendo le due panchine di Montero; gli altri sono Pirlo, Allegri, Thiago Motta e ovviamente Tudor.
L'arma dei risultati
Sulla tolda di comando c’è lui, il croato che nessuno voleva ma che ha tolto le castagne del fuoco a tutti, soprattutto al club. Se la Juventus stasera giocherà in Champions, il merito è suo. Lo sanno bene alla Continassa. Alcuni preferiscono dimenticarlo. Tudor è un uomo solo, non ha padrini politici nel club. E sono sensazioni che si avvertono: i calciatori hanno un sesto senso per annusare la solidità dei loro tecnici. Se percepiscono che non hai rete di protezione, diventa dura. Tudor sa che l’unica arma a sua disposizione sono i risultati. Con lui la parola progetto non vale. Quasi per caso è arrivato. Quasi per caso è rimasto. Ma ora è lì e si sta giocando l’occasione della vita. Deve addomesticare e inquadrare una rosa costruita con poco raziocinio. È quello il materiale che ha, tra lacune e doppioni. Tocca a lui farlo girare.
Tudor segua le proprie idee
A Como ha cambiato l’assetto difensivo. Accusato di essere un integralista della difesa a tre, ha invece proposto la linea a quattro (ovviamente orfana di Bremer infortunato). È andata male, è vero. Ma è stata anche una gara segnata dalla rete incassata al quarto minuto. È dura recuperare a Como. A parole praticano il calcio contemporaneo, nella realtà spezzettano la gara con falli e svenimenti come sarebbe piaciuto a Helenio Herrera. Tudor ha intrapreso una strada e deve percorrerla. I calciatori non capirebbero un’altra inversione di marcia. Mediana solida con Locatelli, Thuram e Koopmeiners e davanti la fantasia di Yildiz e Conceiçao a supporto del centravanti prescelto. Nessuno conosce la squadra meglio del suo allenatore. Vada in fondo con le proprie idee. Si giochi tutto seguendo i propri pensieri e assecondando le proprie certezze. Altre strade non ce ne sono. Come al solito, nel calcio, sarà poi il campo a stabilire se sarà stato giusto o diabolico perseverare.
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