Gli incentivi e il grande gap

Leggi il commento sulla nuova Champions League: l'Uefa ha creato il torneo calcistico più spettacolare al mondo ma il danno collaterale è un modello economico sofferente
Alessandro F. Giudice
Alessandro F. Giudice

5 min

Pubblicato il 08.05.2026, 09:25

La profondità del solco scavato dal sistema di premi legati alla qualificazione Champions non si limita a incidere sulla struttura dei ricavi dei club. La potenza del meccanismo messo in piedi dall’Uefa, capace di plasmare l’industria del calcio del terzo millennio, si può comprendere solo ricorrendo al concetto di incentivi, termine con cui gli economisti descrivono gli stimoli economici capaci di orientare in modo sistematico le scelte economiche degli individui e delle imprese operanti in un settore economico. La natura diabolica degli incentivi nel calcio fu colta anni fa da una battuta efficace di Aurelio De Laurentiis che disse più o meno: «Siamo obbligati a spendere cento milioni per andare in Champions da cui ne tornano, forse, sessanta».

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Champions League: quanto vale partecipare, ogni punto e qualificarsi agli ottavi?

La semplice partecipazione alla competizione vale 18,6 milioni; poi ci sono 700 mila euro a punto e 11 milioni se si raggiungono gli ottavi. Poi c’è la quota dei diritti televisivi europei e non europei che varia a seconda del ranking. A tutto ciò vanno aggiunti gli incassi delle partite casalinghe. Solo per avere raggiunto i playoff, l’Inter dovrebbe portare a casa una settantina di milioni, come l’Atalanta eliminata agli ottavi; la Juve 60, il Napoli eliminato nel girone una cinquantina. Sono numeri importanti, capaci di spostare i budget del mercato, di decidere se un club potrà rafforzarsi e quanto e sono incentivi con un valore relativo diverso in base alla forza del campionato.

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Champions League game changer per i club italiani

Per un club italiano, ristretto entro i limiti degli 800 milioni che porta a casa la Lega dalla vendita dei diritti, la Champions è un game changer, mentre i club inglesi possono contare sui massicci ricavi della Premier: per loro la Champions aggiunge risorse preziose ma non ha un peso vitale. In una lega minuscola come quella norvegese, partecipare alla Champions ha consentito al Bodø/Glimt di raddoppiare i ricavi 2025 (a 57 milioni) doppiando la seconda, il Brann, come ha evidenziato il portale Offthepitch. In un celebre articolo accademico degli anni ’70 il premio Nobel George Akerlof descrisse l’inefficienza dei mercati col paradosso dei criceti in gabbia da laboratorio. Ogni criceto corre per procurarsi il cibo, credendo di poter mangiarne di più correndo più dei rivali. Tutti i criceti corrono nel tentativo di superarsi perché non possiedono un’informazione essenziale: il cibo nella gabbia è sempre lo stesso, correre farà consumare loro più energie obbligandoli a mangiare di più. Se i criceti si accordassero per spartirsi il cibo in parti uguali potrebbero smettere di correre, risparmiando calorie. Nel calcio accade la stessa cosa.

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Champions League, il danno collaterale

In Serie A, a ogni estate, 6 o 7 club spendono per superare i concorrenti e aggiudicarsi uno dei quattro posti per accedere al Santo Graal. Ma in questo modo tutti sono spinti a spendere più del necessario. Nello sport sono vietati i comportamenti collusivi ma il sistema europeo delle leghe “aperte” (cioè con promozioni e retrocessioni) conduce inevitabilmente all’overspending.

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Nelle leghe “chiuse” americane, senza incentivi di risultato così dirompenti, la competizione è meno selvaggia ed è possibile accordarsi, ad esempio, per introdurre i salary cap che aiutano a contenere le spese, col risultato che tutti alla fine guadagnano. L’Uefa ha creato il torneo calcistico più spettacolare al mondo ma il danno collaterale è un modello economico sofferente e il progressivo allargamento del gap tra ricchi e poveri.

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