Psg-Arsenal, una finale fuori dalla storia

Poco calcio, niente spettacolo: cantilena del tic-toc da una parte, la difesa a oltranza dall’altra
Alberto Polverosi
Alberto Polverosi

4 min

Pubblicato il 01.06.2026, 10:19

La finale di Budapest entra nella storia del Psg e di Luis Enrique, ma resta fuori dalla storia della Champions. Sono altre le finali che ricorderemo con piacere, quest’ultima ha vissuto i suoi 136 minuti (recupero compreso) senza alcuna concessione allo spettacolo. Eppure eravamo ben disposti nei confronti di Psg e Arsenal. I parigini erano arrivati in finale preceduti dal frastuono del 5-4 sul Bayern e i londinesi avevano chiuso al primo posto nella classifica della prima fase della Champions, unica squadra a punteggio pieno, col miglior attacco (23 gol) e la migliore difesa (4 reti subite). Erano (sono) rispettivamente campioni di Francia e d’Inghilterra e sulle magliette si leggevano i nomi di Kvaratskhelia, Dembelé, Doué, Fabian Ruiz, Vitinha, Rice, Havertz e Saka. Premesse tradite: sono stati 136 minuti di un calcio soffocato.

Psg e Arsenal potevano, dovevano, fare di più

Sia Psg che Arsenal potevano, anzi, dovevano fare di più. Quel miliardo di telespettatori in tutto il pianeta non è rimasto soddisfatto. I campioni di Luis Enrique non hanno trovato spazio perché Arteta lo aveva riempito con tutti i suoi uomini. Così si è sviluppata la partita, il controllo della palla ai parigini, l’occupazione dello spazio ai londinesi. Il gol di Havertz dopo 5 minuti ha indirizzato troppo presto la partita, ma la strategia era chiara, l’Arsenal voleva solo difendere il vantaggio, aspettare e ripartire. Ha fatto bene le prime due fasi, difesa e attesa, ma è mancata la terza, la ripartenza, la fase che avrebbe reso meno sicuro il palleggio del Psg. I dati principali della Premier mettevano i neo campioni inglesi al secondo posto come attacco (71 gol contro i 77 del Manchester City) e al primo come difesa (27 reti incassate). Arteta deve aver fatto due conti: dietro siamo forti, mentre loro sono più forti di noi sul piano tecnico, quindi stiamo riparati, solidi e compatti come siamo sempre. Giusto e legittimo difendersi quando di là ci sono giocatori dalla qualità estrema (sabato rimasta nascosta), ma è sbagliato rinunciare come ha fatto l’Arsenal. O si è fidato troppo di Saliba e compagni o gli è mancato il coraggio che la squadra aveva mostrato in tutta la stagione, o almeno per gran parte della stagione. In effetti, dopo aver dominato il “campionatino” di Champions a suon di gol, negli scontri diretti i Gunners hanno cambiato atteggiamento, sono diventati più prudenti e poco spettacolari. Agli ottavi hanno eliminato il Bayer Leverkusen (sesto in Bundesliga) con un risultato totale di 3-1, ai quarti hanno messo fuori lo Sporting Lisbona con un solo gol, hanno vinto la semifinale contro l’Atletico per 2-1 in 180' e in finale una sola rete grazie al pallone che Marquinhos ha fatto rimbalzare sulle spalle di Trossard. Poi, sia chiaro, l’Arsenal ha perso la Champions solo all’ultimo rigore, spedito fuori da Gabriel che prima di quell’errore era stato il migliore in campo insieme a Saliba.

 

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Poco calcio, niente spettacolo

Se fosse stato Beraldo a sbagliare e a consegnare la Coppa all’Arsenal qualche giudizio sarebbe cambiato, ma non quello sul livello generale dei 136 minuti di Budapest: poco calcio, niente spettacolo, la cantilena del tic-toc da una parte, la difesa a oltranza dall’altra. Dai, non è così che si gioca una finale di Champions League. Detto da un italiano abituato al livello della Serie A fa pure un certo effetto. 

 

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