Il carro di Gattuso
Prima di scendere dal carro di Rino Gattuso lasciatemi sorridere al pensiero di cosa avremmo (e avrei) scritto se Bosnia Erzegovina-Italia di martedì 31 marzo fosse stata un derby-scudetto dell’ex, molto ex, campionato più bello del mondo. Per carità, il curriculum di allenatore non appartiene certo all’Olimpo. Una pila di panchine troncate e un unico hurrà: la Coppa Italia del 2020, strappata dal suo Napoli alla Juventus di Maurizio Sarri e Cristiano Ronaldo. Ai rigori, per giunta. Quando si dice il fato: ora cinico e caro, ora cinico e baro. Mica si è autoeletto, il ct. L’hanno arruolato Gigi Buffon e Gabriele Gravina. Tornando alla notte di Zenica, si era in trasferta e non in una sede neutra. Inoltre, l’ordalia è terminata in pareggio: 1-1. Cavilli (?) inghiottiti dalla tirannia dell’obiettivo e, quindi, dall’insostenibile pesantezza del risultato.
Il rosso di Alessandro Bastoni risale al 41’. Era corretto e non avrebbe aizzato dibattiti nemmeno nei Var sport. Forse. Ha però costretto gli azzurri a giocare in dieci per una novantina di minuti, recuperi inclusi. Dettaglio non marginale, anche se, come sottolinea Giorgio Rondelli, guru dell’atletica, al tie-break del dischetto il divario sfumava. Ma eccoci alle scene madri e ai momenti padri: il braccino-ino-ino di Edin Dzeko sul gol di Haris Tabakovic e la mancata espulsione di Tarik Muharemovic all’alba dei supplementari. Trasportateli in un’edizione di Inter-Juventus, scegliete una sponda a caso e, di quei frame, fate l’autopsia. Si sarebbe scatenato l’inferno. Moviolisti in piazza; complottisti sui tetti, con il passamontagna; edicole in assetto di guerriglia. Invece niente. Qualche cenno, sì, ma non con l’enfasi che il pilatismo di Clément Turpin avrebbe liberato in un Roma-Lazio. Sia chiaro: la serenità di giudizio ci gonfia d’orgoglio, ma proprio per questo suona sospetta. Nel senso che, non funzionale alla morale, avrebbe macchiato il fine ultimo delle analisi: vergogna.
Può essere che “Ringhio” non dovesse togliere Moise Kean (ma di sicuro Kean, a tu per tu con il portiere, ha sbagliato di più), né spostare Bastoni al centro (non era l’erede di Franz Beckenbauer?). Precettato d’urgenza il 15 giugno 2025, dopo l’esonero di Luciano Spalletti, delle otto partite disputate ha perso solo con la Norvegia a San Siro: 1-4, lo stesso scarto di «Luscianone» a Oslo (0-3). Al netto delle responsabilità, rimane il giacobinismo efferato di noi italiani non appena ci sentiamo «traditi» (e non, in quanto produttori di illusioni, «traditori»). La classifica Fifa - Italia 12ª, Bosnia, 66ª - orientava il pronostico. Un indizio, non già un verdetto. Se un ventenne (Pio Esposito) calcia alto il suo penalty, e un ventunenne, Esmir Bajraktarevic, lo realizza, si imprechi pure al «pasticciaccio brutto», ma con sobrietà. Nel 2006, all’epoca in cui poteva spaziare tra Francesco Totti e Alessandro Del Piero, Marcello Lippi sbaragliò i farisei. Nel 2010, non potendolo più fare, uscì subito. Da pre-destinati a post-destinati: in mezzo, la nostra storia e la nostra boria.
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