Italia, la sindrome dell'ex
La prima mossa di Paolo Maldini non ha convinto. La scelta del nuovo commissario tecnico, è debole rispetto al livello del casting organizzato da Malagò e dal suo nuovo staff. Pirlo non ha dimostrato finora di poter raggiungere quel livello. Ma non è questo, o almeno non solo questo, l’argomento su cui dovremo valutare nei prossimi mesi il lavoro di Maldini e Leonardo. Il tema è molto più ampio e riguarda la rinascita del calcio italiano. La fiducia nei confronti di Maldini resiste. Oggi però è il giorno di Pirlo e di questo possiamo parlare. Di sicuro la sua carriera da allenatore non è stata fino a oggi esaltante come quella da giocatore. Ma Paolo lo ha voluto sulla panchina della Nazionale perché lo conosce bene, perché è stato suo compagno di squadra in un Milan fantastico e perché ha 116 partite in Nazionale, solo dieci meno di lui. Per un ruolo diverso, era stato contattato anche Buffon (176 presenze in azzurro), il quale, quando era in carica come direttore sportivo del Club Italia, aveva puntato su Rino Gattuso (73 volte in Nazionale) per sostituire Spalletti. Su questo rapporto, ex azzurro che diventa ct, la storia della Nazionale insegna qualcosa che forse non è solo curiosità.
La storia dei ct del passato
I commissari tecnici che hanno vinto Mondiali ed Europei, o anche quelli che ci sono andati vicino, non hanno mai (o quasi mai) indossato da giocatore la maglia della Nazionale. E Mancini allora? Obiezione accolta, ma si tratta di un’eccezione piuttosto particolare. Vittorio Pozzo vince due Mondiali di fila (‘34 e ‘38) e un’Olimpiade (‘36), diventa commissario unico a 28 anni interrompendo una modesta carriera da giocatore. Ovviamente niente azzurro in campo. Altri tempi, un altro mondo, si dirà. Saltiamo al dopo-guerra, anche perché per trent’anni non vinciamo nulla, fino al fantastico ‘68 di Ferruccio Valcareggi, ottimo centrocampista ma zero presenze in azzurro, campione d’Europa ‘68 da ct. Valcareggi lascia a Bearzot che una partita la gioca in Nazionale, a Budapest contro l’Ungheria (marca Puskas): una sola presenza in campo, campione del mondo ‘82 in panchina. Da Bearzot a Vicini, ancora un allenatore mai azzurro, terzo come ct a Euro ‘88 e a Italia ‘90 dopo aver vinto tutte le partite meno una, la semifinale con l’Argentina pareggiata al 120’ e trasformata in sconfitta ai rigori. La Nazionale di Azeglio, di cui Paolo Maldini fa parte, è una delle più belle dell’ultimo mezzo secolo. Da Vicini a Sacchi, vice campione del mondo a Usa ‘94 con la finale col Brasile persa ai rigori: Arrigo da giocatore era fra i dilettanti. Saltiamo al 2006, campioni del mondo a Berlino con Marcello Lippi, appena due presenze nella Under 23, nessuna nella Nazionale maggiore. Cesare Prandelli, secondo posto all’Europeo 2012, mai indossata la maglia azzurra, fino a Roberto Mancini che da numero 10 in Nazionale potrebbe scrivere un pezzo di storia, ma che con quella maglia ha un rapporto tormentato, zero minuti a Italia ‘90 prima del “no” a Sacchi negli anni seguenti: sarebbe stato il terzo 10 dopo Baggio e Zola. Ci sono anche gli esempi opposti, ovviamente. Per esempio Spalletti ha fallito come ct pur non essendosi mai avvicinato alla Nazionale quando giocava. Può darsi che siano coincidenze, ma sono tante, e la sensazione è che alla fine sul passato azzurro prevalgano le idee, la capacità di allenare e selezionare, di fare gruppo, di creare armonia. E magari può aggiungere qualcosa il fatto che il ct campione del mondo e d’Europa, Luis de la Fuente, la maglia della Roja l’ha vista solo sulle spalle dei suoi giocatori.
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