La Coppa del Mondo della bile
Alla fine, non avranno niente da ridire quelli che alzeranno il trofeo. Fino a quel momento, sarà comunque il Mondiale dei frignoni e degli isterici. Sono riusciti a buttarla in aceto persino gli inglesi, che avendo segnato grazie a un filo e non avendo proprio niente da imputare a nessuno, hanno messo in piedi una bella rissa interna tra Tuchel e Bellingham, il ct accusa la squadra di camminare in campo e il giocatore accusa il ct di non avere la minima idea di cosa sia la Norvegia. Tutto è male ciò che finisce bene, qui.
Mondiali 2026, rancori e risentimenti kolossal
Prima, non ne parliamo. A partire dai gironi eliminatori, questo Mondiale lungo come la fame, 40 giorni come una quaresima, questo Mondiale ha accumulato cataste di proteste e moltitudini di malmostosi. Kolossal le spese, kolossal le strutture, kolossal i rancori e i risentimenti. Quando la storia dovrà in qualche modo connotarlo, sintetizzando in una parola e in un’immagine la sua impronta perenne, solo questo resterà: fu il Mondiale della bile. Risultato acquisito.
Resterà il Mondiale segnato dalla telefonata di Trump e Infantino per Balogun
Voleva essere uno spot di gioia e riconciliazione planetaria, proprio in questa epoca di siluri allo stato brado, si ritrova a essere il miglior promo dell’epoca dinamitarda. D’altra parte, se questa è l’edizione segnata da un capo di Stato che alza il telefono e ordina al massimo dirigente del calcio di rimettere in campo un giocatore squalificato, il resto è a discendere, di conseguenza, a cascata. Non si può pretendere niente di diverso. In scala ridotta, tutti si sono sentiti autorizzati a liberare il piccolo Donald che si annida nei sentimenti più ancestrali di ognuno e dunque a partite in quarta. Parole di fuoco, senza mezze misure e senza fare prigionieri.
La cultura della sconfitta maciullata dai Mondiali 2026
Praticamente tutte le nazioni eliminate hanno un conto aperto con qualcosa o con qualcuno. Al momento, dopo simile mattanza, in mezzo al campo di battaglia giace come sempre un innocente, vittima inerme e indifesa, benché sempre considerata a chiacchiere sacra e intoccabile: la cultura della sconfitta.
Dice qualcosa questa parola? Ma sì, il famoso saper perdere, la vuota retorica che usiamo per rompere l’anima ai bambini quando ci mettiamo la maschera del bravo maestro, ragazzo, ricordati, non conta solo vincere, nella vita sono più importanti certe sconfitte che certe vittorie, il giorno in cui imparerai a perdere imparerai anche a vincere, eccetera eccetera. Ecco, tutto maciullato, facendone scempio nel modo più grottesco e surreale. Fischiano doverosamente le orecchie a Infantino, l’orgoglioso inventore della creatura deforme. I conti tornano. Forse non è il Mondiale che aveva immaginato, sicuramente è quello che si merita.
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