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Il Bologna di Motta e la Lazio di Sarri: quando si dice un divario

Leggi il commento del condirettore del Corriere dello Sport-Stadio

Alessandro Barbano
Alessandro Barbano

4 min

Pubblicato il 04.11.2023, 09:33 (Aggiornato il 04.11.2023, 10:03)

Metti due maestri di tattica e due squadre diversamente assortite, e la migliore vincerà. La migliore è il Bologna. Più giovane, più rapida, più unita, più flessibile. Nella sua ragnatela la Lazio prima gira a vuoto per tutto il primo tempo, pur palleggiando con brio, poi subisce il colpo a freddo e infine resta imbrigliata fino a soffocare. Perché il Bologna passa in un baleno dal 4-2-3-1 al 4-5-1, con una geografia cortissima che consente in qualunque punto del campo il raddoppio della marcatura. E la Lazio rivela tutta la sua strutturale usura agonistica.

Il centrocampo di Thiago è un capolavoro di freschezza. In mezzo a Freuler e Aebischer c’è il solito Ferguson, il bomber mascherato che parte da dietro e sfrutta con freddezza l’ennesimo altruismo dell’assistman Zirkzee, il vero gioiello degli emiliani. Un metro e novantatré di altezza, ma un baricentro così basso da rendere quasi caricaturale la corsa. Eppure questo ventiduenne olandese formato nel Bayern e approdato alla corte di Motta dopo un passaggio al Parma e uno all’Anderlecht, ha una lucidità tattica e una morbidezza nel tocco che ne fanno un fuoriclasse. Il Dall’Ara non a caso lo osanna come una star. Ma il merito è tutto del suo coraggioso tecnico, che prima ha messo fuorisquadra Arnautovic e poi ha rinunciato a un attaccante di ruolo pur di dare fiducia al più atipico e più originale centravanti del campionato. I fatti gli hanno dato ragione. Il Bologna veleggia almeno per una notte al quinto posto con 18 punti, conquistati tra l’altro dopo aver passato indenne le forche caudine di Inter, Juventus e Napoli, e avendole prese solo dal Milan. Questa vittoria sulla Lazio la conferma l’adolescente ormai matura della serie A.

La Lazio invece è in mezzo al guado. Non solo per i suoi modesti sedici punti che la tengono fuori dai confini dell’Europa. Ma per un’insostenibile pesantezza dell’essere su cui si spengono tutte le geometrie e le invenzioni del magistero sarriano. Perché non basta palleggiare di prima per venti minuti se non sei in grado di affondare, o di portarti al tiro. E se poi in mezzo a questo brio ci metti uno svarione difensivo come quello che consente al Bologna di bucare la retroguardia biancoceleste con due tocchi rapidi, senza finire in fuorigioco perché Marusic rinuncia inspiegabilmente a uscire. Ma non è l’errore dell’esterno a fare della Lazio un’incompiuta, quanto invece lo è la solitudine di Luis Alberto, l’inconcludenza di Felipe Anderson e l’evanescenza di Immobile. Che non promette niente di buono perché fa rima con la senescenza, calcisticamente parlando.

Poi certo, c’è anche la testardaggine di Sarri. Che pure in svantaggio di cambiare modulo non ci pensa proprio. Così, per fare spazio a Ciro, sacrifica Castellanos, il più tonico della Lazio nel primo tempo, e soprattutto un giocatore bisognoso di rodaggio a cui il campo può fare solo bene. Ma di provarci con due punte centrali proprio non se ne parla. Piuttosto la Lazio insiste nel cercare varchi ora in mezzo, ora sulla fasce trovando un Bologna perfettamente arroccato nei suoi ultimi trenta metri. Le sostituzioni per Sarri rischiano di rappresentare un alibi, cioè di dimostrare che due come Kamada e Isaksen tutto sono tranne che un’alternativa credibile per una squadra di vertice. Perciò il risultato di questo confronto dice per entrambe le squadre assai più del gol di scarto con cui Thiago porta a casa i tre punti. Il suo Bologna è un gruppo in crescita, la Lazio non sembra avere i mezzi per tirarsi fuori da una scoraggiante mestizia.

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