
Bologna-Roma, anatomia di un divario
Leggi il commento del condirettore del Corriere dello Sport-Stadio
La supremazia del Bologna sulla Roma è scritta nella sostituzione di Renato Sanches. Il portoghese è entrato diciotto minuti prima al posto di un imbarazzante Spinazzola. Esce per far posto a un modesto Bove. È, come molte decisioni singolari di Mourinho, un atto simbolico. Un messaggio di sfida alla società pagato dall’umiliazione del centrocampista portoghese. Ma è allo stesso tempo la scelta tattica più giusta. Perché Sanches è entrato per arginare lo strapotere del Bologna sulla fascia destra, dove Ndoye e Ferguson hanno fatto vedere nel primo tempo i sorci verdi a El Shaarawy e Spinazzola. Diciotto minuti sono bastati per capire che il portoghese sta trasformando una figuraccia in una catastrofe. Come si dice da queste parti, proprio non gliela fa.
Perché il Bologna ha un centrocampo stellare. Più mobile, più rapido, più tecnico di quello giallorosso. In grado di pressare e rubare palla una miriade di volte, di passare tra le linee, di cambiare gioco e uscire dall’assedio, si fa per dire, dei romanisti, ogni volta che vuole. In aggiunta a tutte le varianti di gioco possibili, c’è sempre quella che prevede di appoggiare la palla su Zirkzee, certi che l’olandese arriverà in anticipo su N’Dicka e di prima sarà in grado di inventare un corridoio smarcante, come quello che propizia il raddoppio.
Il bomber-regista è il meraviglioso ossimoro dell’allegra comitiva di Thiago: uno spilungone brevilineo, centonovantatré centimetri di altezza distribuiti quasi tutti sul tronco, con un baricentro così basso che gli consente di arpionare il pallone e nasconderlo all’avversario sgusciando anche da una tripla marcatura senza perderne il controllo. A queste capacità di palleggio si associa un senso della posizione e una visione di gioco che a ventidue anni sono solo dei fuoriclasse. Un giocatore così è una fortuna di Dio.
Ma il quarto posto in solitudine è tutto merito del bravissimo tecnico italo-brasiliano, la cui mano si vede in ogni gesto atletico dei suoi ragazzi. Il primo gol è un capolavoro di intuito tattico: Beukema che buca il pressing romanista con un corridoio per Freuler, e Freuler che buca la difesa con un corridoio per Ndoye, tutto in verticale, mentre Zirkzee incrocia verso destra portandosi dietro il suo marcatore e aprendo un buco nel cuore dell’area di rigore, dal quale Moro batte Rui Patricio a colpo sicuro. Un gol così fotografa un’organizzazione perfetta, capace di coniugare con la stessa misura creatività ed effi cienza. È il Bologna dei miracoli.
La storia, anche quella del calcio, non si fa con i “se” e con i “ma”. Qualcuno può forse sostenere che con Lukaku e Dybala sarebbe stata un’altra musica? Forse sì, ma non per ribaltare un’egemonia di gioco che segna tra le due formazioni una distanza netta di qualità e di condizione. I due fuoriclasse avrebbero potuto compensare il divario con la loro inventiva individuale, ma non rovesciare i rapporti di forza. Questo per dire che la Roma paga il suo mercato fatto di prestiti e parametri zero, tra i quali Lukaku rappresenta l’eccezione che conferma la regola. La costruzione di una rosa competitiva pretende premesse ben diverse.
Se l’Atalanta oggi batte la Salernitana, la Roma scivola all’ottavo posto. Nessuno potrebbe considerarla una sorpresa. Certo, molte cose non girano, come effetto di un’usura delle relazioni che si percepisce nell’ambiente, e che le parole di Mourinho a fine gara confermano. Una su tutte riguarda Pellegrini. È l’ombra del brillante capitano candidato a raccogliere l’eredità di Totti. La sua sostituzione con Pisilli, sia pure a fine gara, è un altro dei messaggi di Mourinho al club e alla piazza. Di bandiere si può anche morire.
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