Cardinale e Elkann, uguali e diversi

Gerry & Yaki (non Tom), così diversi e così distanti, sono tenuti insieme da una solida consapevolezza...
Vittorio Oreggia
Vittorio Oreggia

5 min

Pubblicato il 31.05.2026, 09:18

Ge rry & Yaki (non Tom), hanno un destino che li unisce e un codice comportamentale che li divide. Gerard Joseph Cardinale, detto per l’appunto Gerry, è padrone del Milan, protagonista di un campionato dai risvolti allucinanti, quasi inquietanti. Yaki, all’anagrafe John Philip Jacob Elkann, è padrone della Juventus, incappata nella peggiore stagione degli ultimi 15 anni, l’ennesima da quando è stato ‘congedato’ brutalmente Andrea Agnelli. Il Milan e la Juventus hanno concluso il campionato rispettivamente al quinto e sesto posto, a distanza siderale dall’Inter, e soprattutto fuori dalla Champions League.

Cardinale e un Milan da rifare da zero

Gerry, nato a Philadelphia, fondatore di Red Bird, si è lasciato trascinare dalle origini sanguigne italiane e, incavolato duro per la pessima figura, in un sol giorno ha cancellato la sua società. Via Giorgio Furlani, Igli Tare, Geoffrey Moncada e Massimiliano Allegri (nello specifico amministratore delegato, direttore sportivo, direttore tecnico e allenatore) per fare tabula rasa e ricominciare da zero, Anzi no, da Zlatan Ibrahimovic, consulente esterno, talmente esterno da non essere coinvolto nel disastro rossonero. Non ci ha pensato troppo, Gerry, ha urlato a tutti il “signori, si scende!”, dal manovratore in giù. Lo aveva già fatto parzialmente con Paolo Maldini e Ricky Massara: non gli è andata benissimo. Eppure niente, la storia non insegna, e adesso è impegnato nella fase della (ri)costruzione dall’alto: il guru Ralf Rangnick (pare) come punto di riferimento, un nuovo diesse, un nuovo allenatore di estrazione austro-tedesca, poi ci sarà un nuovo mercato non facile da portare avanti. Tacabanda, serve un atto di fede estrema per pensare positivo.

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Juve, un altro boccone amaro ingoiato da Elkann

Yaki, nato a New York, presidente di Exor e di Stellantis, erede dell’Avvocato designato dallo stesso Avvocato, non si è lasciato trascinare da niente e da nessuno, ha tenuto a bada le viscere e, piuttosto di mettere in piedi la terza rifondazione in tre anni, ha deciso di imboccare la via stretta della solidarietà aziendale, mandando giù il boccone amaro dei risultati (sesto posto, dolorosa eliminazione ai play off di Champions, vergognosa bocciatura ai quarti di finale di Coppa Italia), sorvolando su una campagna acquisti tanto costosa quanto parrocchiale, sperando nello spirito di responsabilità dei dipendenti. Dopo il breve regno di Cristiano Giuntoli, Yaki ha consegnato il club a Damien Comolli, scovato attraverso gli head hunter, perché gli piacciono i francesi. Nel 2006, per gestire il post Calciopoli, si affidò a Jean Claude Blanc: non fu un successo (eufemismo). Eppure niente, nemmeno per lui la storia insegna. Altro semisconosciuto manager transalpino sulla tolda di comando bianconera, pieni poteri e tanti saluti. Allo stato dell’arte, Comolli e Luciano Spalletti - chiamato a rimediare ai guasti della gestione Tudor - non si prendono, hanno visioni differenti e strategie opposte, camminano distanti uno dall’altro. Di qui la necessità di farli convivere forzatamente, ignorando che il vetriolo e lo zucchero non saranno mai compatibili, confidando nel ruolo democristiano di Giorgio Chiellini, l’uomo cuscinetto. Un bel rischio, forse un inutile rischio. Ammesso che venga firmato un armistizio e che regga nelle settimane a venire, c’è poi il mercato da gestire: molte uscite illustri, molte entrate assai meno scintillanti dal momento che il settlement agreement Uefa pone vincoli pesanti. Cara grazia, anche qui serve un atto di fede estrema.

Gli altri sono avanti anni luce...

Gerry & Yaki (non Tom), così diversi e così distanti, sono tenuti insieme da una solida consapevolezza: gli altri stanno avanti anni luce. Non solo l’Inter, che è già più forte e si sta attrezzando per diventarlo ancora di più nelle mani sapienti di Beppe Marotta, ma pure il Napoli di Allegri (eh già…), la Roma avvitata su Gasperini e persino il Como di Fabregas e dei magnati indonesiani Hartono. Lì esiste un progetto definito, Gerry & Yaki per ora sono alle rivoluzioni e agli atti di fede. Che non aiutano a vincere e danno sempre la sensazione di qualcosa di posticcio. 

 

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