
Parolieri e parolai
Fino alla fine, recita uno slogan che i tifosi sbandierano invocando il massimo dell’impegno, qualunque sia l’esito della pugna. Salvo tradurlo, al termine, con il più spietato dei vocabolari: il risultato. Ai tempi del Berlusca e della Triade, Milan e Juventus costituivano una sorta di vecchia ditta: in inglese, «Old firm». Calciopoli si premunì di dividerla, di spaccarla. «Il silenzio è una discussione portata avanti con altri mezzi», ammoniva Che Guevara. Un ribelle che i gesti e le gesta hanno consegnato al mito. Pagherebbero, gli spasimanti della Goeba, perché Damien Comolli avesse tenuto per sé certe chicche, una in particolare. Questa: (Al telefono, con Gian Piero Gasperini) «Mi spieghi un motivo valido che possa indurci ad assumerla». Il Gasp non buttò giù la cornetta: cestinò l’offerta. I fans del Diavolo, in compenso, stanno raccogliendo “fondi” per costringere Zlatan Ibrahimovic a uscire dall’ombra e illustrare le strategie di rilancio. La Generazione Z(latan) preferisce le vie di fatto, come la zuffa con Massimiliano Allegri, all’esposizione dei fatti. È un orco sbruffone che in campo risolveva i problemi e in ufficio li crea.
La situazione della Roma con i Friedkin
A Roma, sponda Lupa, quante volte la famiglia Friedkin (da papà Dan al rampollo Ryan) è stata invitata a comunicare, dal vivo, lo stato dell’unione, invece di nascondersi dietro i dispacci d’agenzia o i pissi-pissi di Trigoria. Però, nel momento in cui il fiume della cronaca sfociava nel mare della storia, eccoli lì: operativi, chirurgici. Via Claudio Ranieri, pieni poteri all’ex Ego di Bergamo. E proprio dal bisturi di un taglio così netto e dall’epifania invernale di Donyell Malen, 14 gol in 18 partite, è sbocciata la rincorsa al terzo posto e alla zona Champions. In linea di principio, la differenza tra parolieri e parolai rimane sottile: se non, addirittura, ambigua. «La rivolta segue un capo, la rivoluzione un’idea», ha chiosato Mariarosa Bricchi ne «La lingua è un’orchestra». Metterci la faccia è doveroso, là dove il diario impone di giustificare le distanze tra il miele d’agosto e il fiele di maggio. È la scelta del lessico che non sempre aiuta a centrare gli obiettivi, o a schivarne le trappole in base alle esigenze aziendali.
Ruoli girevoli, tra classe e claque
I blog e i social hanno sabotato le relazioni orali ed epistolari. «Verba volant scripta manent», ci hanno tramandato i latini. Oggi, nel secolo del Web, «restano» anche le parole. E allora, occhio all’arte della retorica. Se sei José Mourinho, basta(va) «Ma io non sono un pirla» o un «Por qué?» per bucare il video e sobillare le piazze. Se non lo sei, devi stare attento a non cadere nel Comollismo: gli algoritmi sono sabbie mobili, se recluti un Loïs Openda a 44 milioni ti inghiottono e ciao Pep. «Persino Einstein, intervistato tutti i giorni, farebbe la figura del cretino», brontolava Michel Platini. Qual è la morale? Che un astuto «faire savoir» può mascherare la zoppia di un bulimico «savoir faire». Da commentato, Fabio Capello era un idrante. Da commentatore, è un cerino. Ruoli girevoli, tra classe e claque.
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