Chivu, il punto di forza dell’Inter
È arrivato all’Inter dopo un terremoto calcistico: i cinque gol presi dal Psg in finale di Champions, lo scudetto perduto sul filo di lana e l’addio di Simone Inzaghi. E dopo che l’Inter aveva cercato Fabregas. È stato chiamato come se fosse un commissario della Protezione civile del pallone. Chivu non ha fatto una piega. Ha ringraziato e si è seduto sulla panchina avendo appena tredici presenze in Serie A (col Parma). E tanti saluti ai teorici dell’importanza dell’esperienza. Che spesso nel calcio viene declinata come la saggezza secondo Mogol, ossia la prudenza più stagnante.
Chivu, dal caos dopo il Mondiale per Club alla tela tessuta con le parole giuste
Pronti via, Chivu è andato al Mondiale per Club e la sera dell’eliminazione agli ottavi (contro il Fluminense) si è ritrovato con Lautaro che accusava «chi non vuole restare, se ne vada» e Marotta (non proprio l’ultimo arrivato) a fare da traduttore simultaneo: «ce l’aveva con Calhanoglu». Cristian da Resita ha fatto un bel respiro, ha contato fino a dieci (facciamo anche venti) e si è scorciato le maniche. Era il 30 giugno. Meno di dieci mesi fa. Ha cominciato a tessere la sua tela. Ha saputo usare le parole giuste con i calciatori. Li ha motivati. Li ha convinti delle loro qualità. E della loro forza.
L'Inter di Chivu: un tassello dopo l'altro
Ha aggiunto un tassello dopo l’altro. Ha recuperato Calhanoglu. Ha restituito Dimarco alle partite da novanta minuti e ha ridato al calcio italiano il magnifico esterno sinistro che si era smarrito. Ha tirato Zielinski fuori dalla naftalina. A ciascuno ha trovato un ruolo e un compito. Ha fatto sentire tutti appartenenti al progetto. E ha dimostrato anche la forza di saper reagire alle sconfitte: dal 4-3 in casa dalla Juventus, al primo derby, fino al ko di Napoli quando ebbe persino l’ardire di non accodarsi alle polemiche arbitrali del suo datore di lavoro Marotta.
Chivu e la comunicazione cambiata dopo Inter-Juve
Chivu è riuscito a persuadere il mondo Inter della propria forza. A partire dai calciatori. Ma ci è riuscito anche con i tifosi. E con i giornalisti che in parte lo avevano sottovalutato. Ha vinto subito, tipico dei grandi. E ha vinto partendo da una situazione complessa. Un difetto o comunque una nota negativa va trovata.
Nel pieno della tempesta, da Inter-Juventus in poi, ha scelto di cambiare registro comunicativo. Non ha rappresentato più la diversità nel calcio italiano. Si è adeguato al bollettino scontato degli allenatori. Ci sta, è comprensibile. Calcisticamente è un peccato veniale. Anzi, è un vantaggio. La diversità da noi è guardata con diffidenza.
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