Le allucinazioni acustiche di Spalletti
Ormai le sue incazzature non risparmiano nemmeno il barista sotto casa. Tipo che quello gli chiede: «Buongiorno signor Spalletti. Allora il solito macchiatone con latte di soia tiepido?». E lui che, malmostoso nonché lucidissimo, risponde: «Badi che a me me n’avanza di quella che è la mia reazione e se lei è in difficoltà gliela metto a disposizione, perché a me manca di essere stato soltanto negli spogliatoi di Prima Categoria, per il resto ho frequentato pure i peggiori stadi di Caracas». E pazienza se ci sarà un altro barista che chiederà un Bonus Lavori Usuranti, perché in realtà il problema è un altro. Sta tutto in quei segnali di leggerissima (ma proprio un cicinìn) inquietudine che il tecnico di Certaldo sfoggia in queste ultime settimane di panchina bianconera.
Spalletti e le allucinazioni acustiche
Una tensione continua che lo porta a fraintendere, a capire fischi per fiaschi. Soprattutto a cogliere, come se fosse un venticello persistente, una parolina che lo rende suscettibile assai: fallimento. Per Spalletti è una sorta di allucinazione auditiva. Gli pare di captarla ovunque, anche dove non c’è e con sospetta reiterazione. Era già successo dopo la penultima giornata: quando, nel post-partita di Juventus-Fiorentina su Dazn, ha preso a argomentare contro chi tentasse di etichettare come fallimentare la stagione bianconera in caso di mancata qualificazione in Champions. Ciò che ha costretto il conduttore Marco Russo – sempre molto garbato, lodevole eccezione in un panorama di urlatori – a precisare che nessuno, in quel contesto, aveva usato la parola “fallimento”. La scena si è ripetuta domenica scorsa, nel post-partita di Torino-Juventus. Sulle frequenze di Mediaset è bastato che Monica Bertini gli chiedesse «ma lei come si sente?» per innescare una concione inarginabile. Col tema del fallimento che ancora una volta ha fatto capolino senza che qualcuno, in studio, l’avesse menzionato. E a questo punto, dato il penoso ricorrere della situazione, c’è da chiedersi cosa mai scatti nella mente dell’uomo ch’è tutto un sol nervo teso. Excusatio non petita? Il tarlo d’un Mini-Me che corrode l’ex ipertrofico ego? Una tardiva Sindrome dell’Impostore che viaggia in parallelo con la fresca fama da perdente di successo? Tutto può essere, ma a noi interessa l’aspetto puramente fisico-neurologico: questo strano fenomeno di allucinazioni acustiche, appunto. Spalletti ode “fallimento” lì dove nessuno lo menziona. C’è chi ha le visioni. Ma in questo caso, qual è la parola esatta? Audizioni? Ci arrendiamo davanti a questa falla del vocabolario. E in attesa che intervenga la Crusca a far chiarezza, consigliamo a Spalletti una visita audiologica. Perché partire lancia in resta come se si dovesse lavare col sangue l’offesa, e poi dover indossare la faccia di gommapiuma rendendosi conto di non aver capito (anzi, udito) una mazza, non è bello. Ce n’avanza per lui e per il resto del mondo.
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