Vlahovic non ha reso i soldi spesi
Si può essere allo stesso tempo un centravanti forte e un investimento sbagliato? Sembra proprio di sì. Lo ha dimostrato Dusan Vlahovic con la sua esperienza in bianconero. Arrivò alla Juventus nell’ormai preistorico gennaio del 2022. In quel club che era ancora di Andrea Agnelli. L’ultimo colpo della grandeur. Novanta milioni per il serbo che a Firenze non perdonava niente e nessuno. Arrivò a Torino a 22 anni: il grande centravanti dopo gli addii di Higuain e Cristiano Ronaldo. Pronti via, segnò subito contro il Verona. In Champions impiegò un minuto per rompere il ghiaccio (gol al Villarreal). Il resto della storia, però, non è stato all’altezza del trailer. Un po’ per responsabilità sua. Un po’ per il contesto. È arrivato a Torino quando tutto stava per cominciare a franare. Agnelli, Paratici, le plusvalenze, i punti di penalizzazione, il passaggio a John Elkann, il governo rivoluzionario Giuntoli-Thiago-Motta. E ancora: Tudor, Comolli, Spalletti. Ne ha viste, eccome, il povero Vlahovic. È dura giudicarlo in un quadriennio in cui praticamente nulla ha funzionato. E in un contesto che possiamo definire liquido o ballerino, il senso è chiaro.
Vlahovic non ha reso i soldi spesi
Resta il segno negativo al fianco dell’investimento. Novanta milioni che hanno portato in bacheca la miseria di una Coppa Italia. Niente per un club abituato a ben altro. Ma quel che ha affossato il serbo, più di ogni altro dettaglio, è stato il suo ingaggio monstre. Uno stipendio che è arrivato a toccare i 12 milioni netti. E quando guadagni il doppio, il triplo dei tuoi compagni, diventa obbligatorio buttarla dentro a ogni pallone giocato. Nessuno ti perdona nulla. È comprensibile. Gigi Riva, in un altro mondo, rifiutò la Juventus anche perché non avrebbe mai potuto offrire prestazioni e gol all’altezza dei soldi che avrebbe guadagnato. Parliamo di Riva, figuriamoci Vlahovic. E infatti a Dusan non è mai stato perdonato che per far quadrare i conti, la Juventus ha dovuto sacrificare Paulo Dybala. Uno che a pallone sa giocare sempre, anche da fermo. E che il bianconero se lo portava tatuato sulla pelle. A Roma l’argentino ha dimostrato di essere tutt’altro che finito. Non se la sentirono a Torino di pagare due ingaggi extra-lusso e chiusero con l’argentino. Una ferita che nel mondo bianconero resta ancora aperta. E una decisione che si è rivelata infelice.
Il peso dell'investimento e una responsabilità troppo grande
I suoi gol, bene o male, il serbo li ha segnati. La media minuti giocati/gol segnati resta significativa. Ma è innegabile che quei soldi non li valesse. Né i 90 milioni spesi per lui, né i 12 dell’ingaggio. Ha patito il passaggio da una squadra come la Fiorentina dove tutto si muoveva attorno a sé, al mondo Juve dove per essere il centro di gravità permanente devi chiamarti Platini, Zidane, Ronaldo. Non solo. Questa responsabilità Dusan non è stato in grado di indossarla. L’ha sofferta. Come ha sofferto i mugugni e le critiche per qualche gol di troppo sbagliato e gli stop non perfetti. Il suo carattere, probabilmente, non l’ha aiutato. Ha sempre tenuto tutto dentro di sé. Anche troppo. Si è sfogato, nemmeno tanto, dopo qualche gol. Sta di fatto che a Torino ha conosciuto la panchina e l’ha conosciuta sia con Allegri sia con Thiago Motta. Proprio adesso che aveva trovato un allenatore che lo considerava indiscutibile – Luciano Spalletti –, è finita. E la Juventus un centravanti che segna, non lo troverà certo gratis.
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