La vittoria di Ibrahimovic
Nel duello rusticano, scatenatosi durante gli ultimi tormentati mesi vissuti dal Milan, fino a gennaio ai vertici della classifica, rare le voci di dissenso stilistico specie nel corso dei 24 risultati utili consecutivi, tra Ibra e Allegri, ha vinto Zlatan. Paradossalmente è riuscito a spuntarla nei confronti del tecnico livornese grazie proprio alla mancata qualificazione in Champions League che avrebbe comportato, per accordi contrattuali esistenti, il rinnovo dell’intesa per un altro anno e il passaggio dello stipendio dai 5 milioni netti a 6 milioni. Fatti due conti elementari, sul bilancio del club rossonero sarebbero finiti 24 milioni da spalmare in due stagioni, quindi l’obbligo di confermare la vecchia intesa oltre che il suo calcio così vituperato adesso a obiettivo mancato di un punto. Già perché a 71 punti, col pareggio contro il Cagliari, rispetto al celebrato Como sarebbe passato al quarto posto il Milan di Max.
La vittoria di Zlatan
Gerry Cardinale è sinceramente convinto della stessa opinione di Ibra. Effetto scontato visto che in tutti questi mesi, prima di cominciare a frequentare da vicino il calcio italiano e Milanello, Cardinale ha ricevuto report quasi quotidiani solo ed esclusivamente da Ibra e da Furlani. Il primo non ha fatto mistero dei suoi giudizi all’arsenico nei confronti del tecnico con il quale si scontrò anche da calciatore durante la stagione successiva allo scudetto 2011, dopo la partita di Londra con l’Arsenal per via di una polemica discussione sullo schieramento in panchina di più portieri. Il secondo, l’ad Giorgio, apprezzato da Redbird per la cura dei bilanci, ma anche lui finito nel repulisti di domenica sera, ha addebitato a Max alcune fughe di notizie uscite nei giorni di maggiore turbolenza dell’ultimo mercato di gennaio 2026 (leggere della trattativa Mateta, poi rispedito al mittente dopo la visita medica accurata) e i primi dissapori con il club e negli ultimi tempi quelli con Ibra. Dimenticando, nell’occasione, che a rendere pubblico il fatto che Zlatan avesse interrotto le visite a Milanello e i rapporti con Allegri è stato Luciano Moggi.
La nuova rivoluzione
Adesso che la nuova rivoluzione è intervenuta (e siamo esattamente alla terza edizione dopo quella di Maldini e Massara fuori, poi bocciata la triade Furlani-Moncada-Pioli), si torna a discutere del calcio esibito dal Milan di Allegri per spiegare la decisione di congedare l’allenatore un anno dopo la scelta salutata da tutti, tifosi compresi, persino dai suoi vecchi odiatori, come la svolta indispensabile per riportare disciplina a Milanello e il team a competere per un posto in Champions. Allegri non ha mai avuto fama di “giochista” e il suo 3-5-2 è risultato più una necessità scolpita dalle caratteristiche del gruppo che una scelta filosofica. Se il famoso gioco di Max oggi preso a martellate, durante tutto il girone di andata, con i suoi 42 punti raggranellati, non è mai finito sotto processo, perché mai è diventato la causa di ogni guaio nel girone di ritorno (28 punti) dimenticando lo zero in condotta dell’attacco e la scarsa personalità tradita nella curva finale dal team? La risposta è semplice: perché, per provare a placare la protesta, serve dare in pasto un capro espiatorio.
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