Si chiama Antonio ha fatto come Cesare
Veni, vidi, vici. Antonio Conte è il Giulio Cesare del football italiano. Il miglior commissario straordinario possibile per qualsiasi tipo di ricostruzione. Quando arrivò a Partenope, due anni fa, faticò a farsi largo tra le macerie dell’annus horribilis del Calcio Napoli. Per terra le fotografie sbiadite di Garcia, Mazzarri e Calzona. De Laurentiis che aveva creduto possibile ricoprire allo stesso tempi i ruoli di presidente, allenatore e direttore sportivo. Alla maniera del mister Wolf di Pulp Fiction, Conte stabilì le regole della sua gestione. Mise ordine in un’azienda allo sbando. Non solo dal punto di vista calcistico. Conte ha dato al Napoli e a Napoli un centro di gravità permanente. E lo ha fatto in modo rivoluzionario per questa terra. Anche nel rapporto con i tifosi. Quando in ritiro cantarono “chi non salta, juventino è”, lui in poche parole spiegò che cos’è la storia di un uomo e perché sulla propria storia non si scherza. Raramente, per non dire mai, a Napoli qualcuno aveva scelto come tipo di approccio l’onestà intellettuale.
Conte ha scelto vivere Napoli e di ascoltare il canto melodioso delle sirene
Anche la parola d’ordine usata da Conte non è stata casuale. «Amma fatica’». Ha stabilito un rapporto con Napoli sulla base della cultura del lavoro. Soltanto un uomo del Sud poteva farlo. Un uomo che avrà vissuto sulla propria pelle i luoghi comuni che affliggono i meridionali. I napoletani ne sono stati spiazzati. Non era praticamente mai accaduto che una personalità rifuggisse l’enciclopedia delle banalità che viene puntualmente squadernata non appena si scorge il Vesuvio. Ha scelto di vivere Napoli e di ascoltare il canto melodioso delle sirene, come Ulisse. Senza però farsi legare all’albero maestro. Ha vissuto al centro della città e ogni mattina è andato a prendere il caffè in piazza Amedeo nel cuore di Chiaia. Non ha voluto che fossero altri a raccontargli gli umori. Li ha voluti vivere. Conosce profondamente Napoli. Altrimenti non avrebbe potuto pronunciare la frase eduardiana: «Napoli sa essere anche cattiva». Lucidissima fotografia.
Conte, dai tre schiaffi a Verona alla vittoria dello scudetto
Ma non ha fatto filosofia. Ha cominciato la ricostruzione. Da subito si è sentito il rumore dello scalpello. Ha iniziato prendendo tre schiaffi tremendi a Verona. Ma poi, piano piano, sono arrivati i risultati della fatica quotidiana. A Napoli si è creata una frattura tra il popolo dello stadio e il popolo virtuale, quello che abita i social. Conte è un idolo del popolo dello stadio. Di chi lo ha visto esultare come nessun altro allenatore prima di lui. Di chi si è sentito trascinare da quell’uomo che sembrava tarantolato e che con la sua energia pareva gridare: «credeteci, credeteci e sosteneteci». Ha vinto uno scudetto che definire insperato è poco. Non scriviamo nulla di clamoroso se facciamo notare che dei quattro Napoli che hanno conquistato il tricolore, il suo è quello calcisticamente più debole.
Conte, forza mentale e peso politico
Conte ha portato due caratteristiche sconosciute da queste parti. Tranne che ai tempi di Diego. Primo: la forza mentale. Perché è fuori dal campo che Conte ha compiuto l’impresa più straordinaria. Ha convinto i suoi che lo scudetto si poteva vincere. E ha messo paura agli avversari che lo temevano perché lo conoscevano bene. Secondo: il peso politico. Qui ha fatto reparto da solo.
Il secondo è stato l’anno in cui l’altra faccia della tifoseria si è fatta sentire di più. L’anima virtuale. Lo sfogatoio. Conte ha pagato l’assurda narrazione che ha accompagnato l’onerosissimo mercato estivo. Un bagno di sangue. Che però non si è tradotto in un reale rafforzamento della rosa. Eppure lo disse. «Non sarà facile con nove nuovi acquisti. Sarà più difficile dello scorso anno». Non gli diedero retta. Lo archiviarono alla voce “il solito lamentoso”. Aveva ragione lui, ovviamente. Lo hanno accusato persino degli infortuni. Si sarà sentito deluso, ferito. Come scriveva La Capria, «Napoli è una città che ti ferisce a morte o t'addormenta, o tutt'e due le cose insieme».
Arrivò due anni fa tra la macerie. Oggi lascia Napoli dopo un primo e un secondo posto, oltre che una Supercoppa. Secondo posto accolto da malumori, come se fossimo a Madrid. Va ricordata la disastrosa Champions, sua vera insufficienza. Il saluto di ieri sera al Maradona lo avrà ripagato di qualche boccone amaro che è stato costretto a ingoiare. Di una cosa può essere certo: Napoli non lo dimenticherà. Napoli non dimentica chi ha avuto il coraggio di trattarla da adulta.
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