Napoli, chi raccoglie dopo Conte
Un uomo solo in fuga; la sua maglia, dipende; il suo nome è Antonio Conte. La voce di Mario Ferretti ci insegue e ci sprona. Adattabile a ogni tipo di «comando», purché di livello e non di routine. Per sintetizzare la formula di un matrimonio durato mezzo secolo, Gianni Agnelli coniò questa definizione: «Non sono un marito fedele, sono un marito devoto» (da «Agnelli coltelli» di Gigi Moncalvo). Ecco: senza volare appresso a Guy Roux, che dell’Auxerre fu allenatore dal 1961 al 2005 (salvo brevi pit-stop), diventandone il simbolo; senza pedinare Sir Alex Ferguson, la protesi di Matt Busby, di Scozia in Scozia, che legò trofei e slogan al Manchester United per 27 anni (1986-2013); senza scimmiottare Arsène Wenger, bardo dell’Arsenal dal 1996 al 2018, lieto di celebrare lo «scudetto» di Mikel Arteta a 22 anni di distanza dall’impresa, tutta sua, degli Invincibili. Sono confini che il romanticismo della storia contende, geloso, al romanticume di noi scribi bagnati dagli schizzi di una cronaca martellante e invadente, non importa se effimera, non importa se mutilata delle premesse e delle promesse che avrebbero dovuto trasportarla oltre la banalità del male: e cioè dei risultati.
Conte, l'opposizione alla tirannia del lungo corso
Programmi, mercati, classifiche. Se il Cholo Simeone resiste all’Atletico dal 2011, pagatissimo, in serie A spicca ancora Giovanni Trapattoni, con il suo decennio juventino (1976-1986). Fiorirono scudetti, sbocciarono coppe (le prime europee). A ruota il novennio di Osvaldo Bagnoli al Verona, 1981-1990, tra promozione, corona di campione d’Italia e retrocessione; e quello di Gian Piero Gasperini all’Atalanta, 2016-2025, stagioni infarcite di gol, di messaggi, di riscoperte (della marcatura ad personam: in avanti, però), unto del sudore e non del Signore. Conte guida l’opposizione alla tirannia del «lungo corso», firma per tre (anni) e scappa dopo due (dall’Inter, dal Napoli), si ciba di emozioni e di paragoni con i menu degli altri ristoranti, metafora sfinente di una filosofia che all’estero sbirciano sghignazzandoci su. Il Liverpool moderno nasce con Jurgen Klopp, timoniere dal 2015 al 2024. La società gli concesse il diritto all’errore e così il sasso degli «zero titoli» si trasformò in fionda. Sino alla Premier, la prima dal 1990, sino alla Champions (la sesta). Il quinquennio d’oro di Massimiliano Allegri alla Goeba concorre per la vetrina domestica, al netto della seconda rata (2021-2024). Nel Paese che ha battezzato il Ritornismo quale penitenza laica per emendare i peccati, il fiuto professionale del Feroce salentino si sbarazza dei luoghi comuni: ma su Nicolò Barella prese un granchio. È un seminatore a orologeria, un Vampiro viaggiatore che, per nutrirsi, ha bisogno di sangue blu. Se Pep Guardiola lascia il Manchester City in capo a un decennio di trionfi e pizzicotti irriverenti (da «il mio centravanti è lo spazio» alla «ciccia» di Erling Haaland), Antonio esaurisce e si esaurisce. Una condanna per le piazze, non per i rimpiazzi. Che, non trovando deserti, raccolgono in fretta. Dal Feticista labronico a Simone Inzaghi.
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