Niccolò Campriani esclusivo: “L’Olimpiade a Los Angeles vi conquisterà”

Tre ori olimpici, vive e lavora in America. Ha 'in mano' i Giochi: "Città multiculturale perfetta per un evento del genere"
Paolo de Laurentiis
Paolo de Laurentiis

7 min

Pubblicato il 16.07.2026, 09:22

Niccolò Campriani, tre ori e un argento olimpico nella carabina tra Londra 2012 e Rio 2016. Ingegnere, vive e lavora in America: è vicepresidente senior degli sport per i Giochi di Los Angeles 2028.

Due anni ai Giochi, cosa è stato realizzato e quali sono le sfide più importanti ancora da affrontare?

«Il calendario delle gare è stato stabilito, il piano delle sedi è stato completato. Non partiamo da zero: utilizzeremo impianti di altissimo livello già esistenti, senza costruire nuove strutture permanenti. La sfida principale dei prossimi due anni sarà riuscire a integrare tutti i diversi elementi. L’area metropolitana di Los Angeles è vastissima e sarà quindi importante fare in modo che trasporti, sedi di gara, calendari e servizi funzionino come un unico sistema».

Los Angeles è la capitale mondiale dell’intrattenimento e dell’industria cinematografica. Esiste il rischio che lo spettacolo costruito intorno ai Giochi finisca per mettere in secondo piano le competizioni sportive?

«I Giochi riguardano prima di tutto gli atleti e le loro prestazioni. Il nostro compito è costruire il palcoscenico e lasciare che il mondo si esprima. Los Angeles, però, ci offre un’opportunità unica per raccontare queste storie in modi nuovi ma l’intrattenimento non deve entrare in competizione con lo sport: deve anzi aiutare ad avvicinare gli atleti ai tifosi di tutto il mondo».

Dall’Italia, gli Stati Uniti vengono spesso osservati attraverso il filtro delle notizie politiche e dell’era Trump. Com’è realmente l’America di oggi vista dall’interno?

«Avendo vissuto, studiato, lavorato e svolto la mia preparazione sportiva negli Stati Uniti, ho sempre conosciuto un Paese dinamico, accogliente e caratterizzato da una straordinaria diversità. Qui persone provenienti da contesti, culture e prospettive differenti condividono idee, esperienze e ambizioni. Questo è particolarmente evidente a Los Angeles, una città fatta di comunità, influenze culturali e forme di creatività molto diverse tra loro. Per molti aspetti, Los Angeles assomiglia al Villaggio Olimpico durante i Giochi: una casa lontano da casa per moltissime persone».

Los Angeles ospiterà i Giochi estivo per la terza volta. Cosa renderà l’edizione del 2028 realmente unica rispetto alle precedenti?

«Dopo il 1932 e il 1984, LA28 ha l’opportunità di scrivere un nuovo capitolo della storia olimpica. Saranno Giochi plasmati dalla Los Angeles di oggi: una città giovane, creativa, globale e caratterizzata da una straordinaria diversità. Ciò che rende unica LA28 è la combinazione tra sedi iconiche, assenza di nuove costruzioni permanenti, introduzione di nuove discipline e al contempo ritorno di sport storici, insieme alla straordinaria forza culturale della città. Saranno Giochi chiaramente riconoscibili come olimpici, ma allo stesso tempo inconfondibilmente legati a Los Angeles. E mentre i Giochi Olimpici torneranno in città, i Giochi Paralimpici si svolgeranno qui per la prima volta. È qualcosa di cui siamo incredibilmente orgogliosi».

Qualora fossero disponibili le grandi stelle della Major League Baseball, potremmo assistere a un effetto Dream Team paragonabile a quello prodotto dal basket a Barcellona 1992?

«Barcellona 1992 non è stata l’unica occasione in cui abbiamo potuto vedere quel tipo di impatto. Abbiamo osservato un effetto simile anche in Italia, con il ritorno dei giocatori della NHL nell’hockey su ghiaccio a Milano Cortina 2026. Se il baseball riuscirà a creare lo stesso legame tra le sue stelle e il palcoscenico olimpico di Los Angeles, sarà un momento davvero speciale. Anche la NFL ha creato un percorso per consentire ai propri giocatori di partecipare al torneo di flag football; i giocatori professionisti di cricket faranno il loro debutto olimpico con il ritorno di questa disciplina ai Giochi; e stiamo lavorando con tutte le Federazioni Internazionali e con l’intero movimento sportivo per portare a Los Angeles i migliori atleti del mondo».

Come Milano Cortina 2026, anche LA28 si baserà su un modello composto da numerose sedi distribuite sul territorio. Come affronterà il Comitato Organizzatore le difficoltà logistiche di un’area metropolitana così vasta?

«Los Angeles non è una città compatta, ma i Giochi non saranno geograficamente estesi quanto Milano Cortina e la grande maggioranza degli atleti vivrà insieme in un unico Villaggio Olimpico nel campus della UCLA. Il vantaggio è rappresentato dal fatto che utilizzeremo numerosi impianti già esistenti e con una grande esperienza nell’organizzazione di eventi sportivi e di intrattenimento di alto livello. Questo ci garantisce solide basi operative. La vera sfida sarà il coordinamento: trasporti, calendari, spostamenti degli atleti, personale, sicurezza e flussi degli spettatori. Stiamo affrontando tutti questi elementi come parti di un unico sistema integrato. L’obiettivo è semplice: rendere la complessità invisibile agli atleti e facilmente gestibile per il pubblico».

Campione olimpico ma non solo. In quale ambito il suo approccio da ingegnere ha fatto la differenza?

«L’ingegneria mi ha insegnato a considerare la complessità come qualcosa da semplificare, non come qualcosa da temere. Lo sport, invece, mi ha insegnato a prepararmi per i momenti che contano davvero e che una competizione non è mai finita fino all’ultimo colpo. I Giochi sono uno dei progetti più complessi al mondo. Il mio istinto è sempre quello di fare un passo indietro, capire come tutti gli elementi si inseriscano nel quadro generale e concentrarmi sulle soluzioni».

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Dopo aver costruito una carriera importante negli Stati Uniti, l’America è casa sua o immagina di tornare un giorno in Italia?

«Sono cresciuto in Italia, ho trascorso molti anni negli Stati Uniti e durante la mia carriera sportiva mi sono allenato insieme ad atleti provenienti da ogni parte del mondo. Una delle lezioni più importanti che lo sport può insegnare è che il senso di appartenenza non è necessariamente esclusivo: si può essere orgogliosi del luogo da cui si proviene e, allo stesso tempo, sentirsi a casa all’interno di comunità diverse. Per questo motivo, quando penso alla mia vita dopo LA28, la prima domanda che mi pongo non è dove andrò, ma con chi avrò il privilegio di lavorare. Le persone straordinarie rendono straordinari anche i percorsi che si intraprendono. Ed è proprio questo a rendermi entusiasta per qualunque sarà il prossimo capitolo».

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