Fefè De Giorgi: "Noi, modello da imitare"
Ha passato l’autunno e l’inverno a fare l’oratore, il ballerino, a spiegare in lungo e in largo per la penisola come si vince e rivince un titolo Mondiale nella pallavolo, perché lui se ne intende. Lui, Fefè De Giorgi, unico “vivente” ad averne 5 in bacheca. Un record, quello di Mister Mondiale, l’uomo palazzetto a Squinzano, terra natia di Puglia. E ora che ha ripreso ad allenare i suoi ragazzi gli sembra quasi di tornare a respirare. Perché l’istrione e disincantato Fefè, è uomo di pensieri profondi. Che da tempo hanno un chiodo fisso, con una data e un indirizzo preciso: 10 settembre, Piazza Plebiscito, Napoli. «Sarà un giorno importante, perché si inizia il cammino della manifestazione clou della stagione, l’Europeo. E sono giorni che provo a immaginarmela piazza del Plebiscito trasformata in un campo di pallavolo. Uno scenario, una location meravigliosa, solo l’Italia può garantire una cosa del genere».
L’obiettivo lo fissa da sempre il presidente Manfredi: lottare per le medaglie, giusto?
«Certo non possiamo pensare di porci obiettivi minimi. Siamo l’Italia e ce la giochiamo in casa. Poi questo gruppo ha tutte le possibilità di continuare la sua evoluzione, come nuove cose da provare in campo e come l’inserimento di nuovi ragazzi. E la mia Nazionale ha sempre dimostrato una grande capacità di integrazione del nuovo. È solo tutto più impegnativo, vincendo ogni volta devi alzare l’asticella su te stesso, migliorare sempre».
Fermo restando la consapevolezza del limite.
«È vero, siamo campioni del Mondo, ma sappiamo di non essere i più forti. E ogni cosa, risultato ce lo dobbiamo guadagnare ogni giorno, restando concentrati non tanto sul risultato, piuttosto su quello che c’è da fare per ottenerlo. E questo si costruisce nel quotidiano per migliorarsi ancora un po’, mantenendo il nostro livello di eccellenza»
Dica la verità: quando ha capito l’anno scorso nelle Filippine che poteva vincere il suo quinto Mondiale?
«Paradossalmente in due sconfitte. La finale persa di VNL nella maniera che conosciamo, cioè con l’errore di formazione. E dopo quella con il Belgio nel torneo iridato. Per come i ragazzi hanno reagito a quelle sconfitte, per come hanno saputo stare uniti e lavorare sui dettagli, sulle piccole cose che abbiamo cambiato regalandoci la sicurezza poi espressa nella progressione che avete visto».
Anche perché quello di settembre sarà un piccolo Mondiale...
«A livello tecnico l’Europeo è molto vicino: le prime quattro del Mondiale sono squadre europee. E la Polonia rappresenta sempre il vertice, la squadra da battere».
Aggiornamento bollettino medico: come stanno Michieletto e Lavia?
«Alessandro sta bene. Ora sono quasi cinque mesi che è fermo per questa microfrattura lombare fastidiosa. A breve entrerà nella gestione della Nazionale ma è tutto coordinato col club, riprenderà in maniera graduale quando arriverà l’ok dei medici che aspettiamo La colonna ha bisogno di tempo per saldarsi, ma non è solo un discorso radiografico. Il ragazzo ha ripreso a muoversi, lavora con i pesi, ma per capire meglio bisognerà vedere la reazione della schiena quando riprenderà a saltare, cosa che ancora non ha fatto. Quello sarà il segnale del via libera. Se non avrà dolore significa che può iniziare ad allenarsi normalmente. Personalmente sono fiducioso per l’Europeo, anche se con lui vogliamo essere cauti. Puntiamo a recuperarlo ad agosto per dargli modo di prepararlo bene. Non puoi arrivare e giocare senza preparazione, neanche il più grande talento al mondo può farlo. I tempi ci sono. In realtà, per Ale (prima che si facesse male ndr), come per Giannelli, Russo, Galassi, Balaso quelli insomma che arrivano sempre in fondo alle manifestazioni avevo già pensato di dare un mese abbondante di stacco, saltando le prime due settimane di VNL per poi rientrare alla terza. Per quanto riguarda Lavia, invece, lui è pronto, sta bene. Ha ripreso confidenza con tutto, sta giocando, ha giocato. Verrà dalla seconda settimana di VNL, gli abbiamo fatto un programma fisico di preparazione su misura. Credetemi, incastrare tutto, è stato un puzzle complicato».
Da Squinzano al tetto del mondo, ben 5 volte: un bel percorso.
«Tutti mi chiedono come ho fatto. Onesto? Uno alla volta (ride). Ma non mi metto troppo a pensare a queste cose. Certo, nemmeno Julio (Velasco ndr) li ha vinti 5 Mondiali, lui si è concentrato su altre cose. Scherzi a parte non ti metti a contare. Sono coincise delle situazioni, per esempio mi sono trovato, non a caso chiaramente, nella Nazionale dei Fenomeni di Julio che ha vinto tre Mondiali consecutivi. È una cosa eccezionale che fai con una squadra che è fuori dal normale, sotto tanti punti di vista. E poi ne ho aggiunti altri due con il percorso di questa Nazionale. Per un allenatore aver costruito questo progetto, vincere due Mondiali di fila è un qualcosa di bellissimo, indefinibile. Il totale fa piacere ma mi interessa meno».
C’è chi sostiene che per risolvere il problema dei calendari una delle opzioni potrebbe essere abolire la VNL: concorda?
«No: è vero, si viaggia e gioca tanto, ma è un torneo interessante perché ti insegna a stare in gruppo, ad adattarsi a tutto. Una grande esperienza soprattutto per i giovani che devono acquisirla, l’esperienza. E per chi come me deve costruire una squadra, ti dà modo di vedere come vanno alcune cose, i feedback li hai immediati. È tutto un adattamento, a qualsiasi cosa, a non subirle, a reagire, a gestirle. E questo vale per giocatori e staff, per tutti. Io ad esempio sono nato adattato...».
Però resta il problema dei calendari.
«Ne sono consapevole, la tendenza FIVB è quella di spostare le manifestazioni tra dicembre e gennaio e per chi come noi ha dei campionati importanti sarebbe un disastro. Abbiamo provato a dialogare portando la proposta di estendere il periodo di riposo dei ragazzi da 15 a 30 giorni subito dopo la fine del campionato e devo dire che qualcosa è stato recepito ma i 7-8 giorni in più li hanno sistemati tra la 2ª e la 3ª settimana di VNL, il che costringe un allenatore a dare solo la metà dei giorni perché poi incombono il 3° weekend e le finali e non si possono fermare troppo i giocatori. Alla fine penso che lo sforzo debba essere di tutti in funzione della tutela della salute degli atleti e penso anche ai playoff per il 5° posto che qualifica alla Challenge...».
Certo però, che se finisce la stagione e Keita, Mozic e Nikolov vanno a giocare in Indonesia, la contraddizione è palese.
«Significa che non sono stanchi. Nel momento in cui un giocatore che usufruisce di un riposo lo utilizza giocando, per carità lo può fare, però poi non è ammesso lamentarsi. In generale la questione c’è, andando oltre il caso specifico bisognerebbe cercare di aiutarsi tutti, compresi i giocatori che questa situazione la stanno subendo».
Viene spontaneo considerare il parallelo col tennis e la polemica sul montepremi di Parigi.
«In questo senso Sinner è stato molto chiaro: gli atleti devono iniziare a farsi sentire. La baracca in fondo va avanti anche grazie a loro. E se non giocano, se si fermano è difficile far sviluppare un movimento sportivo e gli interessi che gli girano intorno. Se i giocatori si mettono d’accordo compatti, secondo me si ottiene qualcosa».
Si è mai sentito a rischio licenziamento?
«Non saprei, dopo le Olimpiadi c’è stata tensione perché tutti volevamo una medaglia e non è arrivata. Ma noi allenatori oggettivamente siamo sempre a rischio, anche quando vinciamo. Mi è capitato di chiudere anche esperienze dove avevo vinto tutto. Devi lavorare sempre sul progetto generale che hai, non pensando che se va male vai via, o se vinci resti sicuro. In Nazionale è diverso, perché la programmazione è sul ciclo olimpico. Personalmente sposo la politica degli All Blacks: al momento di andare via devo lasciare la maglia più avanti di come l’ho trovata e un’eredità fatta di risultati, concetti, lavoro, squadra. E pensare che questo gruppo che alleno dal 2021 con nuovi inseri menti potrà vivere altri due cicli olimpici, quando sicuramente non ci sarò, è la soddisfazione più grande per chi fa il mio lavoro, al netto dei risultati».
Il coordinamento con i club è uno dei suoi fiori all’occhiello assieme all’orgoglio per la maglia azzurra.
«Per la maglia si deve fare tutto, serve disponibilità incondizionata. Chi non ne sente la forza, il potere non entra nel progetto. Quest’anno ho inserito giovani interessanti come Pardo, Orioli, ma anche due ragazzi di Grottazzolina retrocessa, Magalini e Pellacani. E sono curioso di vederne altri due di Pordenone appena promossa in Superlega, come pure aspetto Bovolenta dopo la bella stagione di Piacenza. L’anno scorso ha perso il Mondiale per la sua scelta di giocare dietro a Romanò, quest’anno vedrete i progressi».
Se l’aspettava l’Italia del calcio fuori dal Mondiale per la terza volta?
«No, ed è stato un grande dispiacere. È difficile parlare di un mondo quando non ci sei dentro e non ne conosci i meccanismi. Quello che mi sento di dire è che a loro manca un po’ il nostro coordinamento. Nella pallavolo la Nazionale è il punto di riferimento del movimento. Nel calcio, no. Non si tratta di criticare, ma se ti devi qualificare per il Mondiale dopo due assenze e si può agevolare la situazione che avrebbe fatto bene a tutti, qualche giorno in più per preparare le sfide playoff si doveva trovare...».
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