Maurizio Sarri, l'asso delle toppe
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Faccia come vuole perché se andrà male non debba nutrire il rimpianto di essersi piegato al compromesso e se andrà bene, a svelare i segreti del prodigio, potrà essere soltanto lei. Abbiamo bisogno di una bella storia. Una di quelle storie che questa squadra conosce che splenda il sole o infuri la tempesta. Accettare questa Lazio, non solo senza possibilità di fare mercato, ma anche senza il sollievo dell’illusione circense sotto l’ombrellone, lo è già senza ancora aver visto un solo minuto di calcio giocato. È un ritorno che ispira benevolenza, perché non tutte le opere d’arte vanno completate, ma a volte si possono persino migliorare. Ed è un’impresa a metà tra incoscienza e passione. Conservi entrambe per i giorni duri e si ricordi che lei, forse è la prova, che non è mai tardi per iniziare a costruire. Ungere non le è mai garbato, blandire l’interlocutore ancor meno. Quando ha detto che la lazialità «ti entra dentro e ti rimane nell’anima» non l’ha fatto per compiacere i tifosi o per concedere a chi la osservava ciò che le orecchie volevano sentire. L’ha detto perché lo pensava e dobbiamo ipotizzare che sia tornato perché ciò che resta non muore mai.
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