Milan, la gestione non è uno show
Azzerare in due ore dirigenza e area sportiva all’alba di una sessione di mercato non è un atto di coraggio ma di imprudenza: differenza critica per chi guida un’azienda. Che Gerry Cardinale sia ammiratore di Donald Trump non è una nota di colore, semmai una chiave di lettura. Anni fa Trump ritrovò la ribalta grazie a un format preciso: quello del capo che licenzia, colpisce, decapita in modo spettacolare. Nel format “The Apprentice” la frase “You’re fired” sbattuta in faccia al malcapitato di turno era un brand ma quel modello funziona in televisione. Nelle aziende reali, la spettacolarizzazione del potere produce sempre gli stessi effetti: disorientamento interno, vuoti operativi, segnali sbagliati verso l’esterno.
L'estetica del comando, ma senza sostanza
Cardinale sembra aver interiorizzato l’estetica del comando senza averne assimilato la sostanza. Perché infatti un uomo di finanza di un certo successo, abile a strutturare complesse operazioni e muoversi nei mercati internazionali, continua ad assumere decisioni che qualsiasi manager di media esperienza eviterebbe? La risposta più probabile è che il private equity (ma l’attività di investimento in generale) è diversa dalla gestione quotidiana delle aziende. Non a caso gli investitori di successo affidano la gestione operativa a manager esperti assegnando loro deleghe molto ampie. Anche nel calcio, Elliott fece questo con Gazidis e Oaktree con Marotta. Il deal-maker lavora su discontinuità, rotture; il manager costruisce continuità, processi, strutture che devono reggere nel tempo. Quando il primo si mette a fare il lavoro del secondo senza cambiare approccio, il risultato è prevedibile.
Ogni giorno di vuoto ha un costo
Il principio base di qualsiasi successione operativa è che non si smantella una struttura prima che la nuova sia pronta a prenderne il posto. Non per sentimentalismo ma per ragioni pratiche elementari: le trattative avviate non vanno in pausa, le scadenze contrattuali e i prestiti non aspettano, i rapporti con agenti e altri club non si congelano mentre il nuovo management prende possesso della scrivania e inizia a capire come funziona la macchina. Ogni giorno di vuoto ha un costo reale e chi arriva dopo raccoglie le macerie di ciò che si è lasciato andare a morire.
Cardinale e quelle riunioni prima di Milan-Cagliari
Il problema più profondo non è nei tempi ma nella testa: domenica pomeriggio Cardinale ha scelto di esibirsi in un hotel del centro davanti a telecamere e giornalisti. Riunioni in sequenza, dirigenti che entrano ed escono, un “great meeting!” esclamato con assertività alla stampa presente. Mentre la squadra si preparava a giocare il match più importante, la proprietà alimentava il circo mediatico del prepartita. Chiunque abbia una cultura organizzativa minima sa che in quei momenti la regola è l’esatto contrario: silenzio, compattezza, concentrazione, zero distrazioni. La scena di domenica scorsa è la negazione di ogni principio elementare di crisis management ed è difficile non vederci, ancora una volta, l’ombra del suo modello di riferimento: il capo che appare, occupa lo spazio e si prende il centro della scena.
Milan, risultati mediocri e identità sfumata
Si può tollerare che un proprietario non sappia di calcio. Non è un requisito, purché sappia scegliere le persone e abbia l’umiltà di fidarsi. Resta tuttavia difficile giustificare che a questa lacuna si sovrapponga una cultura aziendale fragile, impulsiva, incapace di distinguere tra il coup de theatre e la decisione ponderata. Tre stagioni costruite su queste basi hanno prodotto risultati mediocri e un’identità di club sempre più sfumata. La quarta riparte dallo stesso schema e il profilo del nuovo cerchio magico non rassicura. L’uomo più influente nell’organigramma liquido, informale (ormai un marchio di fabbrica RedBird) sarebbe Ibra: carisma indiscutibile, esperienza manageriale prossima allo zero. Tra qualche giorno lascerà Milano per i mondiali USA dove farà il commentatore televisivo per un mese. Non è un problema in sé che un consigliere sia spesso altrove, lo diventa quando il centro decisionale non si regge su processi e strutture solide ma sulla presenza fisica delle persone. Un’organizzazione funziona quando sopravvive all’assenza dei singoli. Una corte, no. Il Milan è alla sua quarta ricostruzione in quattro estati: non è una coincidenza sfortunata, è assenza di metodo. Ed è questo il problema.
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